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Civitavecchia, Roma
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martedì 19 gennaio 2010

...UN PUNTO PER LA CULTURA...

I MISTERI DELL’ANTICA GRECIA

Scoperte sconcertanti dalla lettura delle Sacre Scritture

Relazione integrale della conferenza tenuta dal Prof. Vincenzo Angelo Russo alla “Sarda Domus” di Civitavecchia.
Sono un docente di Lettere, nel corso degli anni ho composto liriche, saghe (storie leggendarie romanzate di un popolo, di una famiglia e di un gruppo sociale), saggi e racconti parabolici. A motivo della forma e del contenuto, assai diversi dei quattro generi testé citati, più di un lettore mi ha domandato:
- Si può sapere dove sei autentico? I tuoi scritti sembrerebbero usciti dalla penna di autori diversi”.
Ho risposto:
- Spero di esserlo stato in tutto quello che ho espresso. Rifletti: come in una casa non povera, di norma ci sono più stanze ed in un palazzo più appartamenti, così la personalità umana è unica e indivisibile, ma possiede molteplici risvolti, per cui un uomo può essere sincero ed autentico anche nelle contraddizioni. Questa sera, però, mi presento a voi per esporvi i risultati di alcune mie ricerche, condotte attraverso studi comparati tra le Sacre Scritture e la Mitologia greca. Può anche darsi che, quanto sto per riferirvi, altri lo abbiano già scoperto e detto. Non mi è dato, con certezza, saperlo perché non posso aver preso in visione tutti i libri della terra. Preciso però che, se due o più persone dovessero fare le stesse scoperte attraverso meditazioni e percorsi diversi, difficilmente le riproporrebbero nello stesso modo, ma ognuno di loro le inquadrerebbe dalla propria ottica, dando un contributo personale di originalità ad una visione delle medesime più profonda e completa. Nella risoluzione di un problema di matematica è probabile imboccare i medesimi procedimenti, lo è assai meno negli altri campi del pensiero. Aggiungerò, a maggior conferma di quanto ho detto, che, se più persone dovessero intraprendere lo stesso viaggio ed ognuno di loro ne scrivesse la cronaca, descriverebbero in modo diverso non solo l’arrivo ma anche le tappe del percorso e dissimili sarebbero le loro riflessioni. Premesso questo, mi accingo ad esporre quanto da me rilevato riguardo alle analogie sconcertanti tra le figure di Eracle (Ercole), Zeus (Giove) e Prometeo con quella del Redentore. Non si tratta dei soliti e a volte vaghi accostamenti di alcuni miti antichi con determinati principi basilari del Cristianesimo. Mi riferisco a quelli tra la Trimurti della religione brahmanica con la Trinità Evangelica, della dea egizia Iside fecondata dallo sguardo del dio Osiride, con la maternità vergine di Maria, del dio Mitra, creatore della luce e trionfante sulle tenebre e la morte, con Cristo che risorge vittorioso dal sepolcro. Le assonanze mi si delineavano con parallelismi ed entravano a far parte di un sistema organico, mediante accostamenti straordinari con alcuni episodi della vicenda umana di Cristo, dal Suo concepimento alla Sua apoteosi in cielo alla destra del Padre.
Mi limito ad esporre solo alcune delle analogie rilevate:
1. Eracle (Ercole), nato da Zeus (Giove) e da Alcmena e Cristo, figlio di Dio, concepito dallo Spirito Santo e da Maria, hanno entrambi Dio per padre, una donna per madre ed un padre putativo: di Eracle è Anfitrione, che, dopo la nascita, lo affilierà, e di Cristo è San Giuseppe. -
Un ascoltatore dalla terza fila mi interrompe e chiede:
- Sarebbe così cortese di darmi spiegazioni sulla figura di Alcmena, che ha citato poc’anzi?
Gli rispondo:
- Secondo il mito, era una donna profondamente innamorata del marito Anfitrione, molto bella, virtuosa ed ancora vergine, in quanto lo sposo aveva fatto voto di non avere rapporti coniugali con lei se non dopo il suo ritorno dalla guerra. Ella gli sarebbe stata fedele anche se il Sommo di tutti gli dei l’avesse richiesta. Sennonché Zeus, invaghitosi di tale bellezza e desiderando possederla, ricorse allo stratagemma di assumere le sembianze del consorte assente, perciò, convinta di giacere con il proprio sposo, concepì Eracle.
Proseguiamo:
2. Scoperte le gravidanze delle rispettive spose, Anfitrione e San Giuseppe ebbero un comportamento sotto certi aspetti simile. E’ vero che Anfitrione fu talmente drastico da voler bruciare viva Alcmena, mentre San Giuseppe, mite e rispettoso della legge, voleva ripudiare segretamente Maria per non farla lapidare come adultera; però entrambi mutarono parere ed accettarono le rispettive donne, nel momento in cui eventi soprannaturali rivelarono loro che le due gravidanze erano di origine divina. Il primo fu la pioggia miracolosa, che spense la pira dove era stata posta Alcmena; il secondo fu l’angelo che disse in sogno a San Giuseppe: - “…Non temere di prendere con te Maria …perché quello che ha in grembo è opera dello Spirito Santo…”Mt 1,20
3. Eracle nacque con il compito gravoso di liberare il mondo dai mostri tramite le dodici fatiche; il Verbo Divino in Cristo si fece carne, per redimere l’umanità dai peccati mediante la Sua opera e i Suoi insegnamenti diffusi tra i popoli tramite i dodici apostoli.
4. Eracle, ancora in culla, scampò dal pericolo del morso dei serpenti velenosi a lui inviati dalla gelosa Era (moglie di Zeus); Cristo, ancora in fasce, scampò dai sicari inviati a Lui dal geloso Erode (Strage degli innocenti).
Chiarisco:
- Si potrebbe obiettare che gli episodi messi a confronto non siano identici.
Si noti che la presente ricerca non procede per raffronti combacianti, ma per analogie. Nel dire, ad esempio, che Francesco e Giovanni hanno due fratelli, il paragone verte sulla parità del numero; se poi quelli dell’uno siano alti e grassi e quelli dell’altro magri e bassi è un discorso che esula dal tema in questione.
Andiamo avanti:
5. Alcuni secoli prima di Cristo, il poeta tragico Euripide, nell’opera teatrale “Alcesti”, racconta che Eracle, durante un viaggio, si era recato alla reggia dell’amico Admeto re di Fere, lo trovò in lutto per la morte della regina Alcesti che, per amore di lui, aveva sacrificato la vita. Admeto, per non turbare la gaia esuberanza dell’ospite, considerato sacro, ordinò a tutta la corte il silenzio. Nonostante questo, Eracle intuì ugualmente l’atmosfera tragica che regnava in casa. Venuto a sapere la verità da un servo che, vinto dal dolore, aveva infranto il segreto, sdegnato contro la morte e commosso per il lutto del re, si precipitò verso la tomba della defunta regina. Ivi trovò Thanatos il mostruoso demone della morte, pronto a ghermirla e a portarla nell’oltretomba. Con un’impresa degna del figlio diletto di Zeus, ingaggiò un’aspra lotta, lo sconfisse, gli strappò Alcesti e la restituì viva all’amore del consorte.
Cristo si recò nel villaggio di Bethania, dalla famiglia dell’amico Lazzaro, dove trovò le sorelle Marta e Maria sconvolte dal dolore per la morte del fratello. Similmente ad Eracle fremette di sdegno, si commosse, andò presso il sepolcro, sconfisse la morte, riportò in vita l’amico e lo ridonò all’affetto dei suoi cari.
6. Eracle giunse presso le porte degli inferi, nel mitico giardino delle Esperidi, dove risiedevano le ninfe della notte e il sole, dopo il tramonto, dormiva rigenerando le sue forze in una coppa d’oro. Lì vinse la battaglia contro il serpente Ladone, che, nel mezzo del giardino stava avvinto ai rami di un grande albero dalle mele d’oro.
Cristo, con la Sua venuta, trionfò sul demonio, che, nel giardino dell’Eden, sotto le spoglie di un serpente, era avvolto all’albero del pomo proibito mediante il quale fece entrare il peccato nella stirpe dell’uomo.
Che il serpente Ladone simboleggi il demonio, lo si deduce dalla sua immortalità. Infatti, Apollonio Rodio, poeta epico greco, vissuto nel III sec. a.C., nelle sue Argonautiche attinte da miti molto antichi, racconta che gli Argonauti, giunti nel Giardino delle Esperidi, trovarono il serpente Ladone trafitto dalle frecce di Eracle. Tuttavia, nonostante lo stesso Apollonio lo giudicasse morto, continuava sempre a muovere la coda, rivelando così la sua natura immortale.
7. Eracle vinse la battaglia contro l’Idra, il cui alito pestifero rendeva sterili le terre di tutto il circondario. Il mostro infernale, dotato di molte teste, sguazzava nelle putride acque della palude Lerna ed emergendo all’improvviso da esse divorava le greggi e i viandanti.
Cristo trionfò sulla potenza diabolica di Satana che si manifesta nella molteplicità delle colpe umane, simboleggiata forse dalle tante teste dell’Idra, con le quali cerca di condurre il mondo alla rovina.
8. Poiché dal collo di ognuno dei capi mozzati all’Idra spuntavano altri due, Eracle si fece portare alcuni tizzoni dal nipote Ioalo, con cui bruciò le recisioni inferte al mostro, impedendo così alle teste di rigenerarsi. Si può affermare: la sua vittoria sulla bestia infernale fu ottenuta mediante il fuoco, in quanto splende, riscalda, brucia purifica e può rappresentare, per successione i tre mezzi donati all’uomo da Dio attraverso lo Spirito Santo mediante Cristo, per sconfiggere il peccato: la Divina Grazia Illuminante (splende), il calore amoroso della Carità (riscalda), la Penitenza (brucia e purifica).
9. Poiché l’eroe non poteva uccidere l’ultima testa del mostro, quella che rigenerava tutte le altre, essendo immortale, la sotterrò sotto un enorme macigno. Nell’Apocalisse di S. Giovanni, l’ultimo dei libri sacri, l’angelo di Dio, per ordine dell’Altissimo, gettò Satana, il grande dragone padre di tutti i mali, nell’abisso e sopra pose il sigillo.
10. Eracle scese nell’oltretomba, dove trovò due amici in catene: il giusto Teseo ed il reo Piritoo. Liberò Teseo portandolo via con sé, ma quando si accinse ad infrangere i vincoli del colpevole Piritoo, tutti gli inferi e il dio dei morti gli si ribellarono contro e non glielo permisero
Cristo, dopo il trapasso, scardinò le porte degli inferi, portò con Sé in Paradiso i giusti e i patriarchi, che lo attendevano, ma non la canea dei reprobi.
Un altro ascoltatore mi interrompe e chiede: “Perché ha definito giusto Teseo, reo di aver abbandonato Arianna nell’isola di Nasso, quando lei tramite il dono del gomitolo lo aveva aiutato ad uscire dal Labirinto, dove il suddetto aveva ucciso il Minotauro?”
Rispondo: “ L’ho definito tale perché espiò la sua colpa con il dolore provato al ritorno in patria per il suicidio del padre Egeo. Il quale, convinto che il figlio fosse stato ucciso dal Minotauro, si gettò dall’alto di una rupe nel sottostante mare, a cui, in ricordo dell’episodio tragico, fu dato il nome “Egeo”. Egli, inoltre, si redense dal medesimo misfatto con l’amministrare con equità e saggezza la città di Atene. Qualcuno potrebbe accusarlo di aver gravemente offeso il dio dei morti, per essere sceso con l’amico Piritoo negli inferi con intento di rapire Persefone sposa del dio. Ma, secondo il mito, egli, dopo aver cercato invano di dissuadere l’amico dall’impresa sacrilega, travolto da un forte sentimento di amore fraterno, lo accompagnò con il solo fine di proteggerlo dai pericoli dell’oltre tomba.
Proseguo:
11 Mentre Eracle e la sposa Deianira si accingevano ad attraversare il fiume Eveno, si accostò loro un essere metà uomo e metà cavallo, il centauro Nesso, che si offrì di traghettare la donna sull’altra sponda. Nel momento in cui gli salì in groppa, egli si diede alla fuga preso da un travolgente desiderio di concupirla. Eracle, udite le grida della sposa, scoccò contro l’infido traghettatore una freccia intrisa con la bile ed il sangue velenoso dell’Idra (il già nominato mostro infernale con le sue numerose teste che potrebbero simboleggiare la molteplicità delle colpe umane). Il Centauro prima di morire trovò modo di vendicarsi sussurrando con ipocrita dolcezza a Deianira: “Raccogli, in questa piccola urna, il sangue che sgorga dalla mia ferita e, se un giorno Eracle dovesse invaghirsi di un’altra donna, mandagli un indumento intriso con esso ed egli, dopo averlo indossato, tornerà da te e ti amerà per sempre”. Qualche tempo dopo Eracle si invaghì di Iole, la figlia di Eurito re dell’Acalia.. Allora, come racconta il sommo poeta greco Sofocle, vissuto nel V sec. a C. nell’opera le “Trachinie”, Deianira, per riconquistarlo, gli inviò un peplo imbevuto con il sangue del centauro, reso velenoso dalla bile e dal sangue dell’Idra. L’indumento giunse ad Eracle che lo indossò nella notte stessa in cui edificò un nuovo tempio al padre e offerse a lui un sacrificio di adorazione. Non appena sorse il sole, i veleni del mostro fecero il loro devastante effetto, gli penetrarono nei polmoni e gli soffocarono il respiro. Il peplo si era trasformato in un sudario di fuoco che gli aderiva come una seconda pelle e lembi di carne gli si staccarono durante i vani tentativi di strapparselo di dosso. Allora l’eroe si fece trasportare dagli amici sul monte Eta, dove ordinò loro di ammassare un catasta di legna sulla quale salì e supplicò i presenti di incendiarla. Nessuno gli ubbidì, tranne l’amico Filotete o secondo altri miti il di lui padre. Eracle morì straziato sul rogo, ma, poco prima che le fiamme lo lambissero, venne rapito dalla dea Atena e trasportato in cielo, ove sedette alla destra di Zeus con la sua natura umana e divina.
Si noti la sequenza delle analogie tra la vicenda mitologica narrata e quella evangelica:

12. nella stessa notte in cui Eracle edificò un nuovo tempio a Zeus e offerse a lui un sacrificio, la morte gli giunse con il dono funesto inviato a lui da Deianira, la donna che gli era stata cara ed aveva dato ascolto alle parole ingannatrici del Centauro Nesso. Nella notte dell’ultima Cena, nell’atto in cui Cristo divise il pane con i suoi discepoli ed edificò la Nuova Chiesa, compiendo il sacrificio dell’Eucarestia, la morte Gli giunse con il bacio ipocrita di Giuda, uno dei dodici che aveva dato ascolto a Satana.
Eracle morì, tra atroci sofferenze sopra il rogo, con sulle spalle il peplo avvelenato dal sangue e dalla bile dell’Idra (1) (il mostro dalle numerose teste che forse simboleggiano tutte le colpe degli uomini). Cristo spirò, straziato sulla Croce, per aver preso su di Sé tutti i peccati del mondo.
13. Secondo uno degli antichi miti, Deianira; accortasi di aver provocato la morte di Eracle, per il dolore ed il rimorso s’impiccò. (vedi dizionario mitologico Ed. UTET voce Deianira), Giuda (come testimonia il Vangelo Mt. 27,5), dopo aver causato la morte di Cristo, per motivi analoghi, nello stesso modo si tolse la vita.
14. Eracle, dall’alto del rogo, prima di morire, affidò Iole, la donna che gli era tanto cara, al figlio prediletto Illo. Cristo dall’alto della Croce “. . .Vedendo la Madre, e accanto a lei il discepolo che Egli amava.., disse: “Donna ecco tuo figlio”. Poi rivolto al discepolo: “Ecco tua madre...”. (Gv 19,26-27) e gridò: “Dio mio!”, in aramaico “Eloi!”,( Mc.15,24) corrispondente al nome “Iole” letto al contrario. Si potrebbe dedurre dalla lettura del mito che la citata donna, fosse presente con agli amici durante l’agonia dell’eroe.
15. Eracle, dopo la morte, salì alla destra di Zeus con la sua natura umana e divina; Cristo, dopo il trapasso e la Resurrezione, ascese alla destra del Padre in qualità di Uomo-Dio, che è unione ipostatica delle due nature ugualmente distinte, ma non separate.
16. Gli amici di Eracle cercarono le sue ossa tra le ceneri del rogo, ma trovarono solo l’armatura, in quanto glorificato e asceso alla destra di Zeus. I discepoli di Cristo cercarono il Suo corpo nel Sepolcro, ma trovano solo il sudario, in quanto risorto e trasfigurato alla destra del Padre.
17. Anticamente, nella città di Tebe veniva mostrata ai forestieri la tomba vuota di Alcmena, madre di Eracle, perché secondo il mito, al termine della sua esistenza terrena era stata trasportata con le spoglie mortali nell’isola delle Beatitudini. A Gerusalemme viene indicata ai pellegrini la tomba di Maria, anch’essa vuota, perché, secondo la tradizione confermata dal Dogma dell’Assunta (Proclamato da Papa Pio XII il 1° novembre 1950), dopo il trapasso (Dormitio), è ascesa con tutto il corpo in Paradiso.
18. Anche tra il titano Prometeo e il Redentore non mancano analogie:
Secondo il mito, i Titani erano giganti che avevano cercato di scalare l’Olimpo. Per tale motivo furono colpiti dalla folgore di Zeus e sprofondati nell’abisso tenebroso del Tartaro. Si noti la notevole somiglianza del detto episodio con la cacciata dall’alto dei cieli degli angeli ribelli che, messi alla prova da Dio, peccarono di superbia e furono precipitati nelle tenebre dell’Inferno, “…dove c’è pianto e stridore di denti…” Mt 22,13.
Prometeo, dissociatosi dai suoi simili, dopo aver proclamato la sua fedeltà a Zeus, creò l’uomo con il fango e permise che la dea della Sapienza Atena gli alitasse il soffio di sapienza e di vita. La sua creatura ricevette inoltre, come massimo dei doni, il fuoco degli dei che, in seguito ad un colpa, gli fu tolto. Prometeo, spinto da un immenso sentimento d’amore verso l’essere che egli stesso aveva creato, rubò il fuoco e glielo restituì, per cui venne fatto incatenare da Zeus sui monti del Caucaso, dove tutti i giorni piombava un’aquila che gli squarciava il fianco e gli divorava il fegato. Per rendere più atroce la sua agonia il sommo dio faceva in modo che l’organo oggetto del supplizio si rigenerasse continuamente. Tale martirio venne interrotto da Eracle, che uccisa l’aquila e spezzate le catene, liberò Prometeo.
Da questa vicenda emergono le seguenti analogie:
a) Prometeo, come già detto, dopo aver creato l’uomo con il fango, per mezzo della dea Atena, gli soffiò un alito di sapienza e di vita.
Il Verbo, prima di incarnarsi in Cristo, creò l’uomo con l’acqua e la polvere e, per farlo a Sua immagine e somiglianza, tramite lo “Spirito Santo”, alitò in lui l’anima.
b) Prometeo, per avere reso al figlio il perduto fuoco degli dei, fu incatenato sulla roccia. Cristo, per aver concesso all’uomo il perduto dono della Grazia, venne inchiodato sulla Croce.
c) Prometeo ebbe il fianco squarciato dall’aquila di Zeus, Cristo ebbe il costato trafitto dalla lancia di un soldato romano, che aveva per insegna militare l’aquila.
In sintesi, se le figure di Eracle e Prometeo sono entrambi simboliche anticipazioni del Redentore, nel mito di Eracle, che spezza le catene di Prometeo e lo libera, può intravedersi Cristo che infrange le catene della morte e resuscita Se Stesso.
Non riporto le suddette analogie per sostenere una dipendenza del cristianesimo dai culti precedenti, ma per dare credito alla certezza di fede che lo Spirito Santo soffia sulle varie religioni, in tempi e luoghi diversi, concedendo, ad ognuna di esse, spazi per riscontri ecumenici. Non solo mediante le Sacre Scritture ma, pure attraverso il mito, il Salvatore ha forse voluto preannunciare la Sua venuta tra gli uomini e anche rispondere ad alcune aspirazioni dei pagani.
Visto che ho nominato le parole di “riscontri ecumenici” credo opportuno di mettere bene in evidenza la diversità tra sincretismo e ecumenismo:
- Se mi professassi di religione cattolica e poi sostenessi di credere nella reincarnazione, farei uno squallido sincretismo in quanto chi appartiene alla religione universale deve credere nella resurrezione e non nella reincarnazione. Se prendessi in esame il principio della sacralità dell’ospite, troverei in esso un punto d’incontro ecumenico. Il Concilio Vaticano II indica nell’ecumenismo la strada per superare le differenze tra le varie confessioni cristiane per poi riproporre, in un clima di fraternità, i valori condivisi. Tale tendenza si è estesa dalla Chiesa post conciliare ad altre religioni presenti nel mondo.
Ritornando alla mitologia greca, dietro Zeus si cela la divinità inconoscibile del Fato, (vedi Iliade) che si rivela in questa trilogia:

1. Zeus si piega alla volontà del Fato;
2. legge nei suoi misteri;
3. comunica la volontà del Fato agli uomini attraverso gli oracoli Dodona ed Ammone ed è chiamato il dio dei vaticini (in lingua latina Soter, che significa salvatore del popolo).
Così pure nella religione cristiana, dietro il Figlio si cela la divinità inconoscibile del Padre, che si rivela in una analoga trilogia:
1. accetta la di Lui volontà: “...Padre, se vuoi, allontana da me questo calice; però non la mia volontà sia fatta, ma la tua...” Lc. 20,42,
2. legge nei Suoi misteri: “...nessuno conosce il Padre se non il Figlio.. .Mt. 11,27...”,
3. comunica il volere di Lui agli uomini: “. . .tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi...” Gv. 15,15. ed è chiamato il “Salvatore”.
Se fra il mito di Eracle e la vicenda umana di Cristo esistono analogie, si può ipotizzare che, come Deianira provocò la morte di Eracle, perché l’eroe le aveva preferito Iole, così Giuda potrebbe aver tradito Cristo perché il Salvatore aveva dato il primato non a lui ma a Pietro. «Come mai un tal malanimo non albergò negli altri Apostoli?». Si potrebbe rispondere: “Se un individuo segue una Guida Luminosa, mosso esclusivamente dalle sue ambizioni, è probabile che, nel vedere un altro gratificato più di lui, il suo animo s’accenda di invidia. Qualora vada dietro quella Luce sospinto dall’amore, come fecero gli apostoli, non può che compiacersi se un altro riceve più di lui perché lo ama. Credo, pertanto, al gretto movente dell’invidia e dell’avarizia e non a quello di chi vede un Giuda ardente e zelota deluso perché Cristo non si sarebbe messo alla testa di una rivolta contro i Romani. Bisogna ammettere che una tesi di questo genere non è palese in nessuno degli scritti accettati dalla chiesa romana. Parimenti respingo l’insinuazione fantareligiosa di un Cristo che non sarebbe morto sulla croce, ma, guarito dalle cure degli apostoli, si sarebbe addirittura sposato con la Maddalena etc etc.. (Vedi Codice da Vinci). Trovo che essa sia una delirante montatura partorita da una mente squallida e perversa a scopi prettamente editoriali.
Mentre mi accingo alla conclusione, un’altra ascoltatrice mi pone tale domanda:
- Pensa che un teologo sia d’accordo su quanto ha esposto nel presente incontro?
Rispondo:
- Vorrei tanto sbagliarmi, però buon senso ed esperienza mi portano a credere che, seppure nel corso delle mie ricerche fossi stato capace di mettere in luce le verità più incontestabili e lampanti, probabilmente troverei sempre qualcuno che me le confuterebbe.. Invaderei un ambito che ritiene soltanto suo e “a nessun gallo piace vedere il proprio simile razzolare tra le sue galline”. Potrebbe anche avverarsi l’ipotesi che, dopo averle snobbate, le utilizzi con qualche ritocco a proprio vantaggio. Il mondo è pieno di “prime donne”, non solo di sesso femminile, ognuna delle quali vive nel continuo timore che le luci della ribalta le possano essere usurpate . Qualcuno potrebbe trovare i miei parallelismi troppo arditi, ma, se mi si rivelano in tale forma, perché ignorarli?

1. nota — Idra, i cui veleni bruciano le carni di Eracle, letta al contrario dà il verbo: ardi”.

Vincenzo Angelo Russo
e-mail sandro.bellovino@fastwebnet.it



NOTE BIOGRAFICHE

Vincenzo Angelo Russo, nato a Tolfa, risiede a Civitavecchia, dove vive e lavora. E' docente ordinario di Lettere nelle scuole superiori statali.
Dirige la Tributaria, Bollettino mensile di legislazione, giurisprudenza e informazione in materia tributaria e affine. Collabora a giornali e riviste e partecipa a trasmissioni radiotelevisive.
Oltre al presente lavoro, ha portato alle stampe, nel 1976 con lo pseudonimo di Natale Ruina, un prezioso volume dal titolo: «La luce del cuore», successivamente rielaborato e ripubblicato col vero nome dell'autore e col titolo «L'etica dell'amore» I premio assoluto "Martin Luther King" ed. 1979.
Nel 1986 e nel 1991, è di lui uscita, in due successive edizioni la raccolta di liriche «Verso la valle del sole» e nel 1989 l'opera narrativa «Ricordi all'ombra della Rocca» "Premio Campidoglio AIS" il primo libro di una trilogia, che si completerà con due successivi volumi di narrativa ambientale e d'epoca e nel 1995 un nuovo libro di liriche dal titolo “Sentieri Controluce” che riconferma le sue doti di artista ricercatore di atmosfere poetiche intense e suggestive. La realtà umana vi appare immersa nel mistero, sullo sfondo d'un cristianesimo vivo, anche se non palesemente espresso.

G. A. RIZZA


Ringrazio vivamente il congiunto e amico fraterno Sandro Bellovino per i preziosi consigli, di cui mi sono spesso avvalso, nella revisione del presente lavoro.

Vincenzo Angelo Russo

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