Elezioni Regionali 2010 (risultati IDV):
1) 211.561 voti (8,62%) IDV nella regione Lazio;
2) 1.258 voti (5,66%) IDV Civitavecchia (senza candidato locale);
3) Sen. Pedica (Segretario Regionale Italia dei Valori Lazio) candidato Sindaco nel Comune di Fondi ha preso ben 170 voti (0,70% - votanti 25.438 su 31.212 circa l'81,50% si è recato alle urne).
Sono stati eletti 5 Consiglieri Regionali IDV:
1) Maruccio Vincenzo;
2) Bucci Claudio;
3) Colagrossi Giovanni Loreto detto Gianni;
4) Giulia Rodano;
5) Tedeschi Anna Maria.
Informazioni personali
- .
- Civitavecchia, Roma
- IL GIORNO 19 APRILE 2010 TUTTI GLI ESPONENTI E GLI ISCRITTI LASCIANO IN MASSA L'ITALIA DEI VALORI DANDO LE DIMISSIONI. IN MASSA SONO RIMASTI ALL'INTERNO DEL POLO CIVICO. PER CONTINUARE A SEGUIRCI VISITATE IL SEGUENTE LINK: http://polocivicocivitavecchia.blogspot.com
mercoledì 31 marzo 2010
lunedì 15 febbraio 2010
UN PUNTO DELL'ECONOMIA: 11. LA PRESENZA DELLA POLITICA.
Autore: Sandro Trento.
Leggendo i giornali scopriamo che prima la Grecia e ora la Spagna stanno entrando nel mirino dei grandi investitori internazionali.
I grandi investitori americani parlano di PIGS, "porci" in inglese ma anche "Portogallo – Italia – Grecia – Spagna". Di fronte a questi eventi, di fronte al rischio di una crisi finanziaria molto rilevante che possa colpire Paesi a noi vicini, la Grecia e la Spagna, abbiamo il paradosso di un Paese che ha bloccato per settimane intere risorse del Parlamento per discutere di questioni che non hanno nulla a che vedere con l'emergenza economica, ma di leggi che interessano al Presidente del Consiglio.
Nella mozione presentata dal Presidente Antonio di Pietro al Congresso nazionale è presente un affermazione che potrebbe sembrare paradossale: “il mercato è lo strumento per sconfiggere Berlusconi”. Qualcuno direbbe che Berlusconi è il difensore del mercato in questo Paese, ma è un equivoco pensare che il centrodestra sia il partito che difende il mercato e la concorrenza. In queste settimane sono usciti dei volumi molto interessanti sul ministro Tremonti, da cui si scopre come il ministro possiede una cultura anti mercato, contro la globalizzazione, contro l'apertura internazionale, contro la Cina, contro la concorrenza, è un nostalgico della proprietà pubblica, affermando che si stava meglio quando c'era l'IRI, ed è un nostalgico delle banche pubbliche (guarda caso fu una banca pubblica, la BNL a guida socialista, la prima banca che finanziò Berlusconi nella costruzione di Milano 2).
Il paradosso italiano è che le forze di centrodestra, che apparentemente dovrebbero richiamarsi ai principi del mercato e della concorrenza, hanno un impostazione culturale di stampo statalista, dove si rivendica maggior intervento pubblico, contrastando la concorrenza e l'apertura dei mercati. A questo si associano altri elementi preoccupanti, come lo scarso rispetto di una democrazia costituzionale. L'idea che l'unica fonte di legittimazione sia il voto popolare, e quindi accusare una serie di organismi intermedi, come la magistratura, la Corte costituzionale e le autorità di vigilanza, di non essere legittimati è un concetto del tutto assente dalla tradizione liberale e democratico liberale occidentale.
Un altro elemento preoccupante riguarda il principio della laicità dello Stato. In questo momento siamo di fatto l'unica forza del Parlamento che fa della laicità dello Stato un cardine fondamentale del proprio programma di governo. E' a rischio la libertà religiosa, qualcuno vorrebbe un Paese diviso tra due, tre fondamentalismi che si scannino l'uno con l'altro, si è impedito di fare ricerca con le cellule staminali, precludendo possibilità di innovazione tecnologica, e si intende impedire alle persone di scegliere la propria sorte nei momenti terminali della propria vita.
Il principio di rispetto delle regole costituzionali, il principio di laicità e il principio di centralità del mercato sono tre elementi che fanno della destra italiana un anomalia nel panorama internazionale, europeo e occidentale.
Affermare che il mercato è lo strumento per sconfiggere Berlusconi significa che in questo momento, in Italia, si devono rivedere una serie di norme e regole di comportamento individuale. Molte delle nozioni tradizionali della sinistra italiana ed europea non sono più utilizzabili per affrontare la crisi in cui versa l'Europa e l'Italia in particolare.
Penso alla questione della proprietà pubblica, che nella storia recente italiana è stata fonte di corruzione e di inefficienza. Pensate alle vicende dell'Enimont, alle vicende dell'Eni, e pensate a quanto è costato e continua a costare all'Italia la liquidazione dell'IRI. Salto sulla sedia quando sento che uno dei leader del principale sindacato italiano invoca la nazionalizzazione di fronte alla crisi dell'Alcoa. Abbiamo già dato, questo tipo di soluzioni non funzionano, non è questa la strada per far fronte alla crisi economica. La proprietà pubblica è fonte di corruzione, di inefficienza, di sperpero di denaro pubblico. La domanda è: come possiamo trovare nuovi acquirenti alle imprese in difficoltà? Il punto da cui partire è: come mai in Italia attiriamo pochi investitori internazionali? Come mai i grandi investitori internazionali non scelgono il nostro Paese per fare degli investimenti? Non credo ci sia un problema di colonizzazione, ne vorremo molti di più, la Germania e la Francia intercettano una quota molto rilevante di investimenti internazionali, e le ragioni per cui questi non investono i loro soldi in Italia sono le stesse per cui il nostro Paese è in crisi: la mancanza di infrastrutture, gli eccessivi dei tempi della giustizia, le inefficienze della burocrazia pubblica, l'eccessivo costo delle materie prime come l'energia, la scarsità di una forza lavoro qualificata, la scarsa qualità della nostra istruzione, e cosi via. Questi fattori fanno si che il nostro Paese, nel confronto con gli altri, venga scartato al momento di decidere dove investire le proprie risorse. Una moderna politica industriale incide su questi fattori, modificando la convenienza relativa di fare impresa in Italia o in un altro Paese.
Un altro punto importante da tenere in considerazione è la spesa pubblica, altra battaglia tradizionale della sinistra europea. Possiamo dire che la spesa pubblica non è la soluzione per affrontare e risolvere i problemi dell'economia italiana. Una delle ragioni è l'elevatissimo debito pubblico e il fatto che molte delle riforme e delle azioni che vi sto elencando non richiedono interventi di spesa pubblica. Questa rivoluzione liberale, che ritengo dovrebbe essere il cuore della nostra azione riformatrice, è rivolta essenzialmente a modificare una serie di regole e di comportamenti, che fanno riferimenti agli individui in tutte le loro accezioni.
Un altro elemento importante è il fatto che siamo un Paese nel quale la presenza della politica è troppo pesante nell'economia e nella società. Siamo un Paese nel quale gli imprenditori, per decidere gli investimenti che devono fare, si recano a Palazzo Chigi e ad intervistare politici prima di prendere una decisione. Pensate alle vicende delle scalate Telecom, pensate alle vicende Unipol e alle vicende Alitalia. Questa commistione tra politica ed economia è una commistione malata, una commistione che va rotta. Una rivoluzione liberale introduce il mercato come strumento di disciplina e di crescita economica, non la politica e Palazzo Chigi. Gli imprenditori, in un Paese normale, decidono i loro investimenti a prescindere da quello che decide Palazzo Chigi.
Questo “eccesso di politica” fa riferimento anche a un nodo fondamentale nel funzionamento di un economia di mercato: l'informazione. Siamo uno dei pochi Paesi nei quali gran parte dell'informazione non sono indipendenti. Non parlo solo della televisione, ma anche della stampa, e lo viviamo sulla nostra pelle: come partito pubblichiamo programmi, facciamo interventi, stiliamo documenti, che vengono sistematicamente ignorati dalla stampa nazionale. Perché? Perché anche in questo caso c'è una commistione tra blocchi di potere e proprietà dei mezzi pubblici. Sarebbe necessaria una legge di separazione tra editoria, politica e potere economico.
Essere liberali non vuol dire voler smantellare lo Stato. In questo momento lo Stato italiano è troppo debole di fronte alle lobby economiche e troppo debole di fronte agli interessi privati. Siamo liberali e vogliamo uno Stato forte, che sia in grado di fare le funzioni che gli competono.
IDV - CIVITAVECCHIA
Leggendo i giornali scopriamo che prima la Grecia e ora la Spagna stanno entrando nel mirino dei grandi investitori internazionali.
I grandi investitori americani parlano di PIGS, "porci" in inglese ma anche "Portogallo – Italia – Grecia – Spagna". Di fronte a questi eventi, di fronte al rischio di una crisi finanziaria molto rilevante che possa colpire Paesi a noi vicini, la Grecia e la Spagna, abbiamo il paradosso di un Paese che ha bloccato per settimane intere risorse del Parlamento per discutere di questioni che non hanno nulla a che vedere con l'emergenza economica, ma di leggi che interessano al Presidente del Consiglio.
Nella mozione presentata dal Presidente Antonio di Pietro al Congresso nazionale è presente un affermazione che potrebbe sembrare paradossale: “il mercato è lo strumento per sconfiggere Berlusconi”. Qualcuno direbbe che Berlusconi è il difensore del mercato in questo Paese, ma è un equivoco pensare che il centrodestra sia il partito che difende il mercato e la concorrenza. In queste settimane sono usciti dei volumi molto interessanti sul ministro Tremonti, da cui si scopre come il ministro possiede una cultura anti mercato, contro la globalizzazione, contro l'apertura internazionale, contro la Cina, contro la concorrenza, è un nostalgico della proprietà pubblica, affermando che si stava meglio quando c'era l'IRI, ed è un nostalgico delle banche pubbliche (guarda caso fu una banca pubblica, la BNL a guida socialista, la prima banca che finanziò Berlusconi nella costruzione di Milano 2).
Il paradosso italiano è che le forze di centrodestra, che apparentemente dovrebbero richiamarsi ai principi del mercato e della concorrenza, hanno un impostazione culturale di stampo statalista, dove si rivendica maggior intervento pubblico, contrastando la concorrenza e l'apertura dei mercati. A questo si associano altri elementi preoccupanti, come lo scarso rispetto di una democrazia costituzionale. L'idea che l'unica fonte di legittimazione sia il voto popolare, e quindi accusare una serie di organismi intermedi, come la magistratura, la Corte costituzionale e le autorità di vigilanza, di non essere legittimati è un concetto del tutto assente dalla tradizione liberale e democratico liberale occidentale.
Un altro elemento preoccupante riguarda il principio della laicità dello Stato. In questo momento siamo di fatto l'unica forza del Parlamento che fa della laicità dello Stato un cardine fondamentale del proprio programma di governo. E' a rischio la libertà religiosa, qualcuno vorrebbe un Paese diviso tra due, tre fondamentalismi che si scannino l'uno con l'altro, si è impedito di fare ricerca con le cellule staminali, precludendo possibilità di innovazione tecnologica, e si intende impedire alle persone di scegliere la propria sorte nei momenti terminali della propria vita.
Il principio di rispetto delle regole costituzionali, il principio di laicità e il principio di centralità del mercato sono tre elementi che fanno della destra italiana un anomalia nel panorama internazionale, europeo e occidentale.
Affermare che il mercato è lo strumento per sconfiggere Berlusconi significa che in questo momento, in Italia, si devono rivedere una serie di norme e regole di comportamento individuale. Molte delle nozioni tradizionali della sinistra italiana ed europea non sono più utilizzabili per affrontare la crisi in cui versa l'Europa e l'Italia in particolare.
Penso alla questione della proprietà pubblica, che nella storia recente italiana è stata fonte di corruzione e di inefficienza. Pensate alle vicende dell'Enimont, alle vicende dell'Eni, e pensate a quanto è costato e continua a costare all'Italia la liquidazione dell'IRI. Salto sulla sedia quando sento che uno dei leader del principale sindacato italiano invoca la nazionalizzazione di fronte alla crisi dell'Alcoa. Abbiamo già dato, questo tipo di soluzioni non funzionano, non è questa la strada per far fronte alla crisi economica. La proprietà pubblica è fonte di corruzione, di inefficienza, di sperpero di denaro pubblico. La domanda è: come possiamo trovare nuovi acquirenti alle imprese in difficoltà? Il punto da cui partire è: come mai in Italia attiriamo pochi investitori internazionali? Come mai i grandi investitori internazionali non scelgono il nostro Paese per fare degli investimenti? Non credo ci sia un problema di colonizzazione, ne vorremo molti di più, la Germania e la Francia intercettano una quota molto rilevante di investimenti internazionali, e le ragioni per cui questi non investono i loro soldi in Italia sono le stesse per cui il nostro Paese è in crisi: la mancanza di infrastrutture, gli eccessivi dei tempi della giustizia, le inefficienze della burocrazia pubblica, l'eccessivo costo delle materie prime come l'energia, la scarsità di una forza lavoro qualificata, la scarsa qualità della nostra istruzione, e cosi via. Questi fattori fanno si che il nostro Paese, nel confronto con gli altri, venga scartato al momento di decidere dove investire le proprie risorse. Una moderna politica industriale incide su questi fattori, modificando la convenienza relativa di fare impresa in Italia o in un altro Paese.
Un altro punto importante da tenere in considerazione è la spesa pubblica, altra battaglia tradizionale della sinistra europea. Possiamo dire che la spesa pubblica non è la soluzione per affrontare e risolvere i problemi dell'economia italiana. Una delle ragioni è l'elevatissimo debito pubblico e il fatto che molte delle riforme e delle azioni che vi sto elencando non richiedono interventi di spesa pubblica. Questa rivoluzione liberale, che ritengo dovrebbe essere il cuore della nostra azione riformatrice, è rivolta essenzialmente a modificare una serie di regole e di comportamenti, che fanno riferimenti agli individui in tutte le loro accezioni.
Un altro elemento importante è il fatto che siamo un Paese nel quale la presenza della politica è troppo pesante nell'economia e nella società. Siamo un Paese nel quale gli imprenditori, per decidere gli investimenti che devono fare, si recano a Palazzo Chigi e ad intervistare politici prima di prendere una decisione. Pensate alle vicende delle scalate Telecom, pensate alle vicende Unipol e alle vicende Alitalia. Questa commistione tra politica ed economia è una commistione malata, una commistione che va rotta. Una rivoluzione liberale introduce il mercato come strumento di disciplina e di crescita economica, non la politica e Palazzo Chigi. Gli imprenditori, in un Paese normale, decidono i loro investimenti a prescindere da quello che decide Palazzo Chigi.
Questo “eccesso di politica” fa riferimento anche a un nodo fondamentale nel funzionamento di un economia di mercato: l'informazione. Siamo uno dei pochi Paesi nei quali gran parte dell'informazione non sono indipendenti. Non parlo solo della televisione, ma anche della stampa, e lo viviamo sulla nostra pelle: come partito pubblichiamo programmi, facciamo interventi, stiliamo documenti, che vengono sistematicamente ignorati dalla stampa nazionale. Perché? Perché anche in questo caso c'è una commistione tra blocchi di potere e proprietà dei mezzi pubblici. Sarebbe necessaria una legge di separazione tra editoria, politica e potere economico.
Essere liberali non vuol dire voler smantellare lo Stato. In questo momento lo Stato italiano è troppo debole di fronte alle lobby economiche e troppo debole di fronte agli interessi privati. Siamo liberali e vogliamo uno Stato forte, che sia in grado di fare le funzioni che gli competono.
IDV - CIVITAVECCHIA
mercoledì 10 febbraio 2010
IN MEMORIA DEI MARTIRI DELLE FOIBE
Sorprende come il concetto di “popolo” abbia sovrastato quello di “umanità” e “tolleranza”, ma ancora più triste è vedere come nel corso della vita alcuni episodi come razzismo e intolleranza si ripetano. L’idea di “popolo” che avevano concepito ci porta alla seguente domanda: è realmente migliore il prototipo di un popolo avente un’ideologia politica integralista?
Correva l’anno 1945, la Seconda Guerra Mondiale era giunta quasi al termine e gli occhi delle potenze mondiali coinvolte erano puntati sulla Germania, ma in un’altra parte d’Europa vi era in corso un eccidio: migliaia di persone furono torturate e uccise a Trieste e nell’Istria dai partigiani comunisti jugoslavi di Tito. Le vittime erano prevalentemente italiani, sloveni e croati che si opponevano al regime comunista. Quale fu il motivo di tutto questo odio? Negli anni ’30 si era formato un movimento nazionalista croato che prese il nome di Ustascia; questi collaborarono con le truppe tedesche di occupazione perseguitando in particolar modo i partigiani di Tito e compiendo una vera e propria pulizia etnica nei confronti dei Serbi. A queste milizie jugoslave si affiancarono anche i fascisti italiani. Finita la Guerra e sconfitte le truppe tedesche la vendetta delle truppe comuniste jugoslave fu terribile e sommaria. Le vittime furono ridotte alla stregua degli schiavi: dovettero sottostare ad atroci sevizie, vennero spogliati dei loro vestiti e della loro dignità e, per ultimo, furono legati l’uno all’altro con del fil di ferro. Gli aguzzini si divertivano a sparare al primo malcapitato del gruppo che ruzzolava rovinosamente nella foiba spingendo con sé gli altri in una cavità nella roccia ed era lì che attendeva loro la morte.
In tale contesto è doveroso citare la “Foiba di Basovizza” originariamente si trattava di un pozzo minerario che, nel maggio del 1945, divenne luogo di esecuzioni sommarie per prigionieri, militari e civili inizialmente destinati ai campi d’internamento allestiti in Slovenia e successivamente giustiziati a Basovizza. I martiri delle foibe di Basovizza furono prelevati nelle case di Trieste nei quaranta giorni di occupazione jugoslava della città, questi vennero legati e sospinti a gruppi verso l’orlo dell’abisso. Una scarica di mitra faceva precipitare tutti nel baratro. Coloro che sopravvivevano al volo di duecento metri agonizzavano tra gli spasmi delle ferite e delle lacerazioni causate dagli spuntoni di roccia.
Il sito di Basovizza, nel 1992, fu dichiarato, dall’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, monumento nazionale in memoria di tutte le vittime degli eccidi dal 1943 fino al 1945. Questa storia è stata per troppo tempo oscurata e dimenticata in Italia e tutte le informazioni e le notizie, fino a pochi anni fa, furono negate e cancellate dai manuali scolastici.
Sara Fresi – Responsabile Donne IDV Civitavecchia
Correva l’anno 1945, la Seconda Guerra Mondiale era giunta quasi al termine e gli occhi delle potenze mondiali coinvolte erano puntati sulla Germania, ma in un’altra parte d’Europa vi era in corso un eccidio: migliaia di persone furono torturate e uccise a Trieste e nell’Istria dai partigiani comunisti jugoslavi di Tito. Le vittime erano prevalentemente italiani, sloveni e croati che si opponevano al regime comunista. Quale fu il motivo di tutto questo odio? Negli anni ’30 si era formato un movimento nazionalista croato che prese il nome di Ustascia; questi collaborarono con le truppe tedesche di occupazione perseguitando in particolar modo i partigiani di Tito e compiendo una vera e propria pulizia etnica nei confronti dei Serbi. A queste milizie jugoslave si affiancarono anche i fascisti italiani. Finita la Guerra e sconfitte le truppe tedesche la vendetta delle truppe comuniste jugoslave fu terribile e sommaria. Le vittime furono ridotte alla stregua degli schiavi: dovettero sottostare ad atroci sevizie, vennero spogliati dei loro vestiti e della loro dignità e, per ultimo, furono legati l’uno all’altro con del fil di ferro. Gli aguzzini si divertivano a sparare al primo malcapitato del gruppo che ruzzolava rovinosamente nella foiba spingendo con sé gli altri in una cavità nella roccia ed era lì che attendeva loro la morte.
In tale contesto è doveroso citare la “Foiba di Basovizza” originariamente si trattava di un pozzo minerario che, nel maggio del 1945, divenne luogo di esecuzioni sommarie per prigionieri, militari e civili inizialmente destinati ai campi d’internamento allestiti in Slovenia e successivamente giustiziati a Basovizza. I martiri delle foibe di Basovizza furono prelevati nelle case di Trieste nei quaranta giorni di occupazione jugoslava della città, questi vennero legati e sospinti a gruppi verso l’orlo dell’abisso. Una scarica di mitra faceva precipitare tutti nel baratro. Coloro che sopravvivevano al volo di duecento metri agonizzavano tra gli spasmi delle ferite e delle lacerazioni causate dagli spuntoni di roccia.
Il sito di Basovizza, nel 1992, fu dichiarato, dall’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, monumento nazionale in memoria di tutte le vittime degli eccidi dal 1943 fino al 1945. Questa storia è stata per troppo tempo oscurata e dimenticata in Italia e tutte le informazioni e le notizie, fino a pochi anni fa, furono negate e cancellate dai manuali scolastici.
Sara Fresi – Responsabile Donne IDV Civitavecchia
lunedì 8 febbraio 2010
CONGRESSO NAZIONALE ITALIA DEI VALORI: IL MOVIMENTO E' PARTITO
Il giorno 5-6-7 febbraio 2010, a Roma all’hotel Marriott, si è svolto il Congresso Nazionale dell’Italia dei Valori; sono convenuti oltre 3.000 delegati provenienti da tutta Italia, con l’entusiasmo di chi in questi anni ha lavorato per portare il Movimento ad essere un grande Partito italiano. Tra i presenti vi erano anche i dieci delegati della Sez. IDV – Civitavecchia: Alvaro Balloni, Mauro Campidonico, Giuseppe Fresi, Renato Maiorana, Sara Fresi, Andrea Passerini, Simona D’Innocenzo, Giuseppe Magro e Anna Battaglini.
Venerdì 5 febbraio è stata effettuata l’apertura del Congresso dall’On. Ivan Rota, successivamente hanno preso la parola Leoluca Orlando (portavoce nazionale IDV); il Sen. Felice Belisario (capogruppo IDV al Senato); l’On. Massimo Donadi (capogruppo IDV alla Camera); l’Europarlamentare Niccolò Rinaldi (capogruppo IDV al Parlamento Europeo) e l’Europarlamentare Luigi De Magistris.
Sabato 6 febbraio l’On. Antonio Di Pietro ha effettuato un intervento evidenziando la strada che il Movimento dovrà percorrere per essere Partito di Governo e vera Alternativa per una nuova Italia fondata sui Valori della Legalità, della Giustizia Sociale, della Dignità della Persona, della Democrazia, del Lavoro. Ha sottolineato il difficile passaggio fra essere opposizione ad essere amministratori con le tentazioni che la gestione del Potere offre come in questi ultimi tempi si è ampiamente dimostrato. Questa sarà la vera prova a cui il futuro Partito sarà sottoposto: si tratta di una vera assunzione di responsabilità richiestaci dagli elettori che nelle ultime tornate elettorali hanno fatto crescere il nostro Movimento. Un’immediata assunzione di responsabilità è stata demandata ai Delegati del Congresso per decidere sulla nomina del Candidato a Presidente della Regione Campania proposto dalla coalizione: l’attuale Sindaco di Salerno Vincenzo De Luca indagato dalla Magistratura, invitando lo stesso ad esporre all’assemblea le sue ragioni.
Successivamente sono state presentate alcune mozioni regionali, ma la stragrande maggioranza degli intervenuti ha appoggiato la mozione dell’On. Antonio Di Pietro.
Verso le 15,30 il Sindaco De Luca ha fatto il suo intervento chiarendo e giustificando le ragioni che hanno costretto lo stesso ad intraprendere azioni atte a salvaguardare duecento posti di lavoro, ma che al contempo lo hanno esposto alle indagini attualmente in corso. Ha evidenziato in particolar modo la solitudine in cui spesso gli amministratori sono costretti ad operare compiendo scelte difficili. La riprova della sua buona fede è stato l’impegno a dimettersi, da incarichi politici e amministrativi, qualora la Magistratura accertasse le sue colpe ed a collaborare per andare fino in fondo alle indagini.
Nel tardo pomeriggio, in un’altra sala dell’hotel, sono state effettuate le votazioni per l’elezione del Coordinatore Nazionale del Dipartimento Giovani IDV.
Domenica 7 febbraio sono stati ripresi i lavori con gli interventi di alcuni delegati che hanno espresso grande apprezzamento per l’organizzazione del Congresso ed hanno evidenziato alcuni problemi legati al Lavoro. Successivamente Guy Verhofstadt leader ADLE (Alleanza dei Democratici e Liberali per l’Europa) ha effettuato un intervento affermando che l’Italia dei Valori è realmente un’alternativa per una nuova Italia: rappresenta la modernità e la democrazia liberale in grado di scardinare la demagogia, i nuovi poteri mediatici, i cartelli oligarchici, gli attentati alla giustizia ristabilendo la libertà, la legalità, il benessere e il buongoverno.
Verso le ore 11,30 è stato votato il Presidente e, come anche noi della Sez. IDV – Civitavecchia abbiamo proposto al Segretario Regionale del Lazio Sen. Stefano Pedica, è stata effettuata l’elezione per acclamazione ad ulteriore prova della coesione interna del nostro Movimento e della profonda fiducia che tutti ripongono in Antonio Di Pietro. Il neo rieletto Presidente Antonio Di Pietro è nuovamente intervenuto ringraziando coloro che, alla base, hanno portato avanti le iniziative politiche; si è congratulato con Rudi Russo, il neo eletto Coordinatore Nazionale del Dipartimento Giovani IDV, lanciando a lui e a tutti i giovani l’incoraggiamento all’uso della Rete per contrastare la disinformazione e adottare tale mezzo di comunicazione per diffondere le nostre iniziative politiche utili per pilotare la nave in porto: da Movimento a Partito.
Il Consiglio Direttivo Italia dei Valori Civitavecchia
Venerdì 5 febbraio è stata effettuata l’apertura del Congresso dall’On. Ivan Rota, successivamente hanno preso la parola Leoluca Orlando (portavoce nazionale IDV); il Sen. Felice Belisario (capogruppo IDV al Senato); l’On. Massimo Donadi (capogruppo IDV alla Camera); l’Europarlamentare Niccolò Rinaldi (capogruppo IDV al Parlamento Europeo) e l’Europarlamentare Luigi De Magistris.
Sabato 6 febbraio l’On. Antonio Di Pietro ha effettuato un intervento evidenziando la strada che il Movimento dovrà percorrere per essere Partito di Governo e vera Alternativa per una nuova Italia fondata sui Valori della Legalità, della Giustizia Sociale, della Dignità della Persona, della Democrazia, del Lavoro. Ha sottolineato il difficile passaggio fra essere opposizione ad essere amministratori con le tentazioni che la gestione del Potere offre come in questi ultimi tempi si è ampiamente dimostrato. Questa sarà la vera prova a cui il futuro Partito sarà sottoposto: si tratta di una vera assunzione di responsabilità richiestaci dagli elettori che nelle ultime tornate elettorali hanno fatto crescere il nostro Movimento. Un’immediata assunzione di responsabilità è stata demandata ai Delegati del Congresso per decidere sulla nomina del Candidato a Presidente della Regione Campania proposto dalla coalizione: l’attuale Sindaco di Salerno Vincenzo De Luca indagato dalla Magistratura, invitando lo stesso ad esporre all’assemblea le sue ragioni.
Successivamente sono state presentate alcune mozioni regionali, ma la stragrande maggioranza degli intervenuti ha appoggiato la mozione dell’On. Antonio Di Pietro.
Verso le 15,30 il Sindaco De Luca ha fatto il suo intervento chiarendo e giustificando le ragioni che hanno costretto lo stesso ad intraprendere azioni atte a salvaguardare duecento posti di lavoro, ma che al contempo lo hanno esposto alle indagini attualmente in corso. Ha evidenziato in particolar modo la solitudine in cui spesso gli amministratori sono costretti ad operare compiendo scelte difficili. La riprova della sua buona fede è stato l’impegno a dimettersi, da incarichi politici e amministrativi, qualora la Magistratura accertasse le sue colpe ed a collaborare per andare fino in fondo alle indagini.
Nel tardo pomeriggio, in un’altra sala dell’hotel, sono state effettuate le votazioni per l’elezione del Coordinatore Nazionale del Dipartimento Giovani IDV.
Domenica 7 febbraio sono stati ripresi i lavori con gli interventi di alcuni delegati che hanno espresso grande apprezzamento per l’organizzazione del Congresso ed hanno evidenziato alcuni problemi legati al Lavoro. Successivamente Guy Verhofstadt leader ADLE (Alleanza dei Democratici e Liberali per l’Europa) ha effettuato un intervento affermando che l’Italia dei Valori è realmente un’alternativa per una nuova Italia: rappresenta la modernità e la democrazia liberale in grado di scardinare la demagogia, i nuovi poteri mediatici, i cartelli oligarchici, gli attentati alla giustizia ristabilendo la libertà, la legalità, il benessere e il buongoverno.
Verso le ore 11,30 è stato votato il Presidente e, come anche noi della Sez. IDV – Civitavecchia abbiamo proposto al Segretario Regionale del Lazio Sen. Stefano Pedica, è stata effettuata l’elezione per acclamazione ad ulteriore prova della coesione interna del nostro Movimento e della profonda fiducia che tutti ripongono in Antonio Di Pietro. Il neo rieletto Presidente Antonio Di Pietro è nuovamente intervenuto ringraziando coloro che, alla base, hanno portato avanti le iniziative politiche; si è congratulato con Rudi Russo, il neo eletto Coordinatore Nazionale del Dipartimento Giovani IDV, lanciando a lui e a tutti i giovani l’incoraggiamento all’uso della Rete per contrastare la disinformazione e adottare tale mezzo di comunicazione per diffondere le nostre iniziative politiche utili per pilotare la nave in porto: da Movimento a Partito.
Il Consiglio Direttivo Italia dei Valori Civitavecchia
mercoledì 27 gennaio 2010
CHI HA ORECCHIE PER INTENDERE INTENDA
Civitavecchia, 03 Febbraio 2010
Il giorno 30 Gennaio 2010, insieme ad altri amici dell’IDV – Civitavecchia, ho partecipato alla manifestazione “Vento di Legalità sul nostro territorio” organizzata dalla “Associazione A. Caponnetto”. Ho ascoltato con interesse gli interventi che si sono succeduti, altrettanto per l’On. De Magistris che ha dimostrato una grande disponibilità grazie la sua presenza a Civitavecchia, giungendo proprio da Bruxelles, perché è lì che si trova la sede del Parlamento Europeo. Preciso che, dell’IDV – Civitavecchia, ero l’unica giovane presente in quell’occasione. E già, perché quella era davvero un’occasione unica nel suo genere e, al contempo, speciale durante la quale erano riuniti personaggi di spessore come il Presidente Elvio Di Cesare della “Associazione Regionale di lotta contro le illegalità e le mafie Antonino Caponnetto”, il Procuratore di Tivoli Luigi De Fichy e l’Europarlamentare Luigi De Magistris per discutere di mafia e di illegalità. Invece ho assistito, insieme ai miei compagni, a due scene vergognose e a dir poco imbarazzanti: “Con quale coraggio si può ripetutamente interrompere una persona mentre parla e, intervenire burrascosamente, quando la stessa stava affrontando un argomento delicato dinnanzi ad una platea? E come si può sferrare un attacco all’IDV locale sputando veleno su progetti che, a prescindere dalla condivisibilità (ma che noi tutti dell’Italia dei Valori condividiamo), non aveva nulla a che vedere con la tematica affrontata in tale sede? Invece sono orgogliosa degli amici dell’IDV che, in quella circostanza, hanno difeso la bontà della manifestazione e che non sono caduti nel tranello della strumentalizzazione. In qualità di civitavecchiese, ancor prima di Responsabile Donne dell’Italia dei Valori locale, penso che grazie a quei soggetti, della sinistra locale, un biglietto da visita più orrendo di questo non si poteva lasciare ad illustri forestieri”.
Sara Fresi – Italia dei Valori Civitavecchia
Il giorno 30 Gennaio 2010, insieme ad altri amici dell’IDV – Civitavecchia, ho partecipato alla manifestazione “Vento di Legalità sul nostro territorio” organizzata dalla “Associazione A. Caponnetto”. Ho ascoltato con interesse gli interventi che si sono succeduti, altrettanto per l’On. De Magistris che ha dimostrato una grande disponibilità grazie la sua presenza a Civitavecchia, giungendo proprio da Bruxelles, perché è lì che si trova la sede del Parlamento Europeo. Preciso che, dell’IDV – Civitavecchia, ero l’unica giovane presente in quell’occasione. E già, perché quella era davvero un’occasione unica nel suo genere e, al contempo, speciale durante la quale erano riuniti personaggi di spessore come il Presidente Elvio Di Cesare della “Associazione Regionale di lotta contro le illegalità e le mafie Antonino Caponnetto”, il Procuratore di Tivoli Luigi De Fichy e l’Europarlamentare Luigi De Magistris per discutere di mafia e di illegalità. Invece ho assistito, insieme ai miei compagni, a due scene vergognose e a dir poco imbarazzanti: “Con quale coraggio si può ripetutamente interrompere una persona mentre parla e, intervenire burrascosamente, quando la stessa stava affrontando un argomento delicato dinnanzi ad una platea? E come si può sferrare un attacco all’IDV locale sputando veleno su progetti che, a prescindere dalla condivisibilità (ma che noi tutti dell’Italia dei Valori condividiamo), non aveva nulla a che vedere con la tematica affrontata in tale sede? Invece sono orgogliosa degli amici dell’IDV che, in quella circostanza, hanno difeso la bontà della manifestazione e che non sono caduti nel tranello della strumentalizzazione. In qualità di civitavecchiese, ancor prima di Responsabile Donne dell’Italia dei Valori locale, penso che grazie a quei soggetti, della sinistra locale, un biglietto da visita più orrendo di questo non si poteva lasciare ad illustri forestieri”.
Sara Fresi – Italia dei Valori Civitavecchia
martedì 26 gennaio 2010
LA MEMORIA VIVE NEL RICORDO
“Che si tenga il massimo della documentazione – che si facciano filmati – che si registrino i testimoni – perché, in qualche momento durante la storia, qualche idiota potrebbe sostenere che tutto questo non è mai successo” si tratta di una celebre frase pronunciata dal Supremo Comandante delle Forze Alleate Generale Dwight Eisenhower quando vide le vittime nei campi di concentramento. Sono passati ben 65 anni da quel fatidico 27 Gennaio 1945 quando le truppe sovietiche arrivarono alle porte di Auschwitz liberando i superstiti dai campi di concentramento. Le vittime indossavano degli abiti con dei triangoli colorati, attraverso i quali si capiva il motivo per il quale erano stati internati: gli ebrei indossavano un abito con due triangoli sovrapposti di colore giallo con la scritta Jude; il rosso per i dissidenti politici; il rosso con la lettera “S” per i repubblicani spagnoli; il viola per i Testimoni di Geova; il verde per i criminali; il marrone per gli zingari; il blu per gli immigrati; il rosa per gli omosessuali maschili e il nero per gli individui socialmente disturbati e per le lesbiche.
Vi sono documenti storici che descrivono in modo dettagliato i trattamenti particolari che spettavano alle donne durante l’olocausto: furono sottoposte a persecuzioni devastanti dal regime Nazional Socialista. A quel tempo essere donna era pericoloso, poiché si poteva essere arrestata o messa in prigione per quasi qualsiasi cosa. Le donne indipendenti venivano viste in modo negativo e, in alcuni casi, paragonate a lesbiche, anche se il pericolo non erano le omosessuali, ma le donne, il sesso delle donne e l’indipendenza delle donne. I mariti potevano denunciare le proprie consorti per futili motivi anche se non adempivano ai doveri di buona moglie tedesca. Il vero crimine era essere donna in una società misogina, essere omosessuale era un’aggravante, un qualcosa di più. Tantissime donne internate nei campi di concentramento formarono gruppi di mutua assistenza; di nascosto si scambiavano informazioni, cibo o vestiario. Alcune donne riuscirono a salvarsi, perché le SS le trasferirono nelle lavanderie, nei reparti destinati al rammendo degli abiti, nelle cucine o nei servizi di pulizia. Le donne ebbero anche un ruolo fondamentale durante le operazioni della Resistenza: nei movimenti giovanili socialisti, sionisti e comunisti. In Polonia, le donne erano impiegate come corrieri per portare informazioni nei ghetti; altre fuggirono nei boschi della Polonia orientale e dell’Unione Sovietica, dove si formarono unità partigiane.
Oggi, in qualche altra parte del mondo sotto regimi totalitari e dittatoriali, vi sono persone che stanno vivendo sulla loro pelle situazioni molto simili a ciò che è avvenuto ben settanta anni fa e il nostro compito è quello di ricordare e di diffondere ciò che è accaduto nel passato senza mai abbassare la guardia, perché solo attraverso la memoria rimane vivo il ricordo.
Sara Fresi – Responsabile Cittadina Donne Italia dei Valori
Vi sono documenti storici che descrivono in modo dettagliato i trattamenti particolari che spettavano alle donne durante l’olocausto: furono sottoposte a persecuzioni devastanti dal regime Nazional Socialista. A quel tempo essere donna era pericoloso, poiché si poteva essere arrestata o messa in prigione per quasi qualsiasi cosa. Le donne indipendenti venivano viste in modo negativo e, in alcuni casi, paragonate a lesbiche, anche se il pericolo non erano le omosessuali, ma le donne, il sesso delle donne e l’indipendenza delle donne. I mariti potevano denunciare le proprie consorti per futili motivi anche se non adempivano ai doveri di buona moglie tedesca. Il vero crimine era essere donna in una società misogina, essere omosessuale era un’aggravante, un qualcosa di più. Tantissime donne internate nei campi di concentramento formarono gruppi di mutua assistenza; di nascosto si scambiavano informazioni, cibo o vestiario. Alcune donne riuscirono a salvarsi, perché le SS le trasferirono nelle lavanderie, nei reparti destinati al rammendo degli abiti, nelle cucine o nei servizi di pulizia. Le donne ebbero anche un ruolo fondamentale durante le operazioni della Resistenza: nei movimenti giovanili socialisti, sionisti e comunisti. In Polonia, le donne erano impiegate come corrieri per portare informazioni nei ghetti; altre fuggirono nei boschi della Polonia orientale e dell’Unione Sovietica, dove si formarono unità partigiane.
Oggi, in qualche altra parte del mondo sotto regimi totalitari e dittatoriali, vi sono persone che stanno vivendo sulla loro pelle situazioni molto simili a ciò che è avvenuto ben settanta anni fa e il nostro compito è quello di ricordare e di diffondere ciò che è accaduto nel passato senza mai abbassare la guardia, perché solo attraverso la memoria rimane vivo il ricordo.
Sara Fresi – Responsabile Cittadina Donne Italia dei Valori
lunedì 25 gennaio 2010
UN PUNTO DELL'ECONOMIA: 10. I DANNI DEL PROCESSO BREVE.
Autore: Sandro Trento.
Il governo ha deciso di procedere all'approvazione di una legge che comporterà la cessazione di tutti i processi che siano durati più di due anni. Un processo estinto attraverso una legge di questo tipo non potrà più essere ripetuto. L'imputato che beneficierà dell'estinzione del processo si troverà in una situazione fortunata, risolvendo tutti i suoi problemi con la giustizia. Si tratta di un provvedimento molto grave, senza precedenti nella storia repubblicana: il governo, di fatto, utilizza il potere legislativo per contrastare il potere giudiziario, usando una legge parlamentare per impedire alla magistratura di andare avanti con i processi.
In Italia c'è un problema riguardante i tempi della giustizia. La durata media dei processi, per causa di lavoro, è pari a 700 giorni, mentre in Francia, sempre per una causa di lavoro, ci vogliono soltanto 350 giorni, nei Paesi bassi 265. Per un recupero crediti in Italia ci vogliono in media 1210 giorni, in Francia 331.
I tempi lunghi della giustizia sono un problema per tutti i cittadini e sono legati alla bassa produttività dei tribunali e all'eccessiva complicazione delle procedure. Ma questi tempi lunghi della giustizia danno vita ad una spirale viziosa: l'incertezza dei tempi con cui la giustizia giunge ad una decisione incentiva l'illegalità, e finiscono per aggravare ulteriormente il carico di lavoro dei tribunali.
E' importante e necessario affrontare il tema dei tempi della giustizia, ma questo provvedimento del governo non ha l'obiettivo di accelerare per tutti i cittadini i tempi della giustizia, ma di difendere gli interessi di una persona in particolare: Silvio Berlusconi, che risolverebbe gran parte dei suoi problemi giudiziari, mentre tutti i problemi dei tempi della giustizia rimangono, perché non si va ad incidere sulle procedure, non si migliora l'efficienza dei tribunali, non si assumono nuovi magistrati e non si realizzano investimenti informatici per consentire processi telematici.
Quello che succederà, con questo provvedimento, sarà che ogni giudice dovrà decidere se concentrare la propria azione giudiziaria e il proprio tempo solo su quei provvedimenti che possono essere chiusi nell'arco dei due anni, altrimenti avrà sprecato il suo tempo. La prima questione che sorge è quella dell'obbligatorietà dell'azione penale, che a questo punto andrà a “farsi friggere” perché i giudici dovranno decidere ogni volta se vale la pena avviare un provvedimento giudiziario o meno. Si creerà un forte incentivo da parte della parte accusata a ritardare le cause sperando di far decadere l'azione penale.
Di fatto, viene meno la certezza dell'azione penale, uno dei cardini dell'economia e del mercato. In tutte le situazioni nelle quali le imprese e i cittadini rischieranno di essere truffati, ingannati e di subire un torto, non potrebbero veder mai prevalere il loro punto di vista. Pensiamo al caso Parmalat e al caso Cirio, tutte azioni che hanno richiesto più di due anni da parte dei cittadini per far rispettare i propri diritti e che, una volta entrata in vigore questa legge, verranno meno. Pensate all'azione penale in corso per le scalate bancarie contro l'ex governatore della Banca d'Italia Fazio, anche in questo caso verrebbe meno perché sono passati più di due anni.
Questo è un provvedimento che rischia di ridurre l'attrattività dell'economia italiana per gli investitori stranieri, che ci vedranno come un Paese dove non c'è la certezza del diritto, e rischia di mettere a repentaglio i diritti dei piccoli risparmiatori, dei cittadini, che non potrebbero far rispettare le proprie posizioni.
Un provvedimento che non è nell'interesse del Paese, ma nell'interesse personale di una singola persona, un provvedimento molto grave al quale dobbiamo opporci.
IDV - CIVITAVECCHIA
Il governo ha deciso di procedere all'approvazione di una legge che comporterà la cessazione di tutti i processi che siano durati più di due anni. Un processo estinto attraverso una legge di questo tipo non potrà più essere ripetuto. L'imputato che beneficierà dell'estinzione del processo si troverà in una situazione fortunata, risolvendo tutti i suoi problemi con la giustizia. Si tratta di un provvedimento molto grave, senza precedenti nella storia repubblicana: il governo, di fatto, utilizza il potere legislativo per contrastare il potere giudiziario, usando una legge parlamentare per impedire alla magistratura di andare avanti con i processi.
In Italia c'è un problema riguardante i tempi della giustizia. La durata media dei processi, per causa di lavoro, è pari a 700 giorni, mentre in Francia, sempre per una causa di lavoro, ci vogliono soltanto 350 giorni, nei Paesi bassi 265. Per un recupero crediti in Italia ci vogliono in media 1210 giorni, in Francia 331.
I tempi lunghi della giustizia sono un problema per tutti i cittadini e sono legati alla bassa produttività dei tribunali e all'eccessiva complicazione delle procedure. Ma questi tempi lunghi della giustizia danno vita ad una spirale viziosa: l'incertezza dei tempi con cui la giustizia giunge ad una decisione incentiva l'illegalità, e finiscono per aggravare ulteriormente il carico di lavoro dei tribunali.
E' importante e necessario affrontare il tema dei tempi della giustizia, ma questo provvedimento del governo non ha l'obiettivo di accelerare per tutti i cittadini i tempi della giustizia, ma di difendere gli interessi di una persona in particolare: Silvio Berlusconi, che risolverebbe gran parte dei suoi problemi giudiziari, mentre tutti i problemi dei tempi della giustizia rimangono, perché non si va ad incidere sulle procedure, non si migliora l'efficienza dei tribunali, non si assumono nuovi magistrati e non si realizzano investimenti informatici per consentire processi telematici.
Quello che succederà, con questo provvedimento, sarà che ogni giudice dovrà decidere se concentrare la propria azione giudiziaria e il proprio tempo solo su quei provvedimenti che possono essere chiusi nell'arco dei due anni, altrimenti avrà sprecato il suo tempo. La prima questione che sorge è quella dell'obbligatorietà dell'azione penale, che a questo punto andrà a “farsi friggere” perché i giudici dovranno decidere ogni volta se vale la pena avviare un provvedimento giudiziario o meno. Si creerà un forte incentivo da parte della parte accusata a ritardare le cause sperando di far decadere l'azione penale.
Di fatto, viene meno la certezza dell'azione penale, uno dei cardini dell'economia e del mercato. In tutte le situazioni nelle quali le imprese e i cittadini rischieranno di essere truffati, ingannati e di subire un torto, non potrebbero veder mai prevalere il loro punto di vista. Pensiamo al caso Parmalat e al caso Cirio, tutte azioni che hanno richiesto più di due anni da parte dei cittadini per far rispettare i propri diritti e che, una volta entrata in vigore questa legge, verranno meno. Pensate all'azione penale in corso per le scalate bancarie contro l'ex governatore della Banca d'Italia Fazio, anche in questo caso verrebbe meno perché sono passati più di due anni.
Questo è un provvedimento che rischia di ridurre l'attrattività dell'economia italiana per gli investitori stranieri, che ci vedranno come un Paese dove non c'è la certezza del diritto, e rischia di mettere a repentaglio i diritti dei piccoli risparmiatori, dei cittadini, che non potrebbero far rispettare le proprie posizioni.
Un provvedimento che non è nell'interesse del Paese, ma nell'interesse personale di una singola persona, un provvedimento molto grave al quale dobbiamo opporci.
IDV - CIVITAVECCHIA
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