Carissimi, l’anno 2009 volge al termine con un Paese economicamente, istituzionalmente e politicamente in ginocchio per via di un governo scellerato e di un’opposizione che non sempre ha fatto il suo dovere in modo compatto e senza indugi, critica che di certo non posso rivolgere all’ Italia dei Valori. Il nostro parti...to è oggetto di attacchi furibondi, supportati da un muro mediatico compatto che vuole confinarci all’opposizione perenne, temendo che il Paese comprenda che in noi c’è il seme di un’alternativa concreta a questa classe politica. Ogni occasione è stata buona nel 2009, e lo sarà in futuro, per porci in cattiva luce nei confronti dell’opinione pubblica perché temono la nostra integrità morale che ci vede sempre con la schiena dritta e mai inclini a compromessi di comodo.
Il riscontro del nostro buon operato, però, lo raccogliamo continuamente nelle piazze, tra gli operai nelle fabbriche, e nella Rete che oggi ci vede leader indiscussi tra i partiti per il dialogo con i cittadini e la trasparenza della nostra azione politica. L’ultimo attacco è stato scagliato in seguito al gesto di un folle che ha ferito il Presidente del Consiglio. Alcuni organi di stampa e molti politici hanno montato una ingiustificata campagna politica e mediatica per individuare nella mia persona e nell’Italia dei Valori i mandanti morali che hanno armato quella mano. Nulla di strano in questa caccia alle streghe, se ciò accade è perché l’Italia dei Valori per tutto l’anno ha svolto il suo ruolo di opposizione denunciando con forza, senza far sconti neanche agli altri partiti d’opposizione, le nefandezze di un governo ogni volta che si volevano ridurre gli spazi della democrazia.
Rivolgo a voi tutti i miei più sentiti auguri per queste feste, soprattutto a coloro a cui la crisi non ha lasciato neanche un panettone da tagliare, e aggiungo che vorrei mettere una promessa sotto l’albero di ciascuno: il rinnovato dell’impegno, anche per l’anno che verrà, nel contrastare ogni forma di prevaricazione delle istituzioni, ogni legge che possa portare alla privazione delle libertà individuali e costituzionali dei cittadini.
Un impegno insomma nel difendere la democrazia ed i valori più profondi dello Stato.
Antonio Di Pietro
Informazioni personali
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- Civitavecchia, Roma
- IL GIORNO 19 APRILE 2010 TUTTI GLI ESPONENTI E GLI ISCRITTI LASCIANO IN MASSA L'ITALIA DEI VALORI DANDO LE DIMISSIONI. IN MASSA SONO RIMASTI ALL'INTERNO DEL POLO CIVICO. PER CONTINUARE A SEGUIRCI VISITATE IL SEGUENTE LINK: http://polocivicocivitavecchia.blogspot.com
giovedì 24 dicembre 2009
martedì 22 dicembre 2009
UN PUNTO DELL'ECONOMIA: 7. LA RIDUZIONE DELLE PENSIONI.
AUTORE: Sandro Trento.
Parliamo oggi di alcuni cambiamenti che avranno luogo per i pensionati: dal 1 gennaio 2010 entreranno in vigore i nuovi coefficienti di trasformazione.
Dal 1995, con la riforma Dini, è stato introdotto in Italia per i lavoratori che, al 31 dicembre del 1995, avevano meno di 18 anni di contributi, un nuovo sistema di calcolo delle pensioni che viene definito sistema contributivo. Il sistema contributivo prevede che la pensione venga calcolata sulla base dell’insieme dei contributi che sono versati durante tutta la vita lavorativa da ciascun lavoratore.
Quindi, al momento di andare in pensione, ossia al termine della vita lavorativa, i contributi che sono stati versati da ciascun lavoratore vengono sommati: in questo modo si ottiene quella che si chiama la base contributiva complessiva, ovvero il montante individuale sul quale si calcola poi la pensione. Va tenuto conto di due elementi molto importanti: il primo è che i contributi annuali sono rivalutati ogni anno in base al tasso di variazione quinquennale del prodotto interno lordo. Questo procedimento dovrebbe, in teoria, servire per consentire di recuperare la diminuzione del potere d’acquisto legata all’inflazione, quindi ogni anno i contributi versati dal lavoratore vengono rivalutati sulla base di questo tasso di variazione del Pil. Il secondo elemento di cui dobbiamo tenere conto è che il montante, ossia questa somma di contributi annuali, viene a sua volta moltiplicato per i cosiddetti coefficienti di trasformazione. Questi coefficienti di trasformazione trasformano, in pratica, il montante, cioè questa somma complessiva, in una rendita: se ci pensiamo un attimo, la pensione che è una rendita che viene derivata da un capitale che viene accumulato negli anni dal lavoratore. Quello che succederà dal 1 gennaio dell’anno prossimo, del 2010, è che verranno introdotti dei nuovi coefficienti di trasformazione: si tratta di vere e proprie tabelle che fissano dei coefficienti moltiplicativi basati sull’età della persona al momento in cui va in pensione, che tengono conto dell’aspettativa di vita. Per fare un esempio, se al 1 gennaio 2010 si va in pensione con 59 anni di età e un certo numero di anni di contributi, si avrà un coefficiente di trasformazione che è più piccolo rispetto a quello di un altro lavoratore che andrà in pensione con gli stessi anni di contribuzione, ma magari con un’età pari a 61 anni, ovvero quanto più alta è l’età e tanto più alto è il coefficiente di trasformazione, quanto più bassa è l’età nella quale si va in pensione, tanto più piccolo è questo coefficiente di trasformazione.
Quale è l’idea? L’idea è che, se c’è un’aspettativa di vita che calcoliamo oggi, per esempio, pari a 81 anni e uno va in pensione a 59 anni, ci si aspetta che godrà dell’assegno di pensione per almeno 22 anni, cioè 81 anni di speranza di vita e 59, che sono gli anni nei quali lui inizia a andare in pensione. Chi va invece in pensione a 61 anni avrà soltanto venti anni di pensione, ossia due anni di meno, per cui i coefficienti di trasformazione tengono conto, in qualche modo, di questa diversa aspettativa di vita. Per mantenere in equilibrio il sistema pensionistico si applica un principio per cui, quanto maggiore sarà il numero di anni in cui si godrà della pensione, tanto più piccolo sarà questo coefficiente di trasformazione.
Periodicamente, cioè ogni tre anni, queste tabelle saranno riviste in modo meno favorevole per i nuovi pensionati: mano a mano che, con il passare degli anni, avremo un’aspettativa di vita che migliora, cioè vivremo più anni, queste tabelle nuove terranno conto di questa maggiore aspettativa di vita, di questo maggior numero di anni di pensione e saranno, in qualche modo, meno favorevoli per i pensionati.
Dobbiamo dire innanzitutto che questo cambiamento, che avviene dal 1 gennaio 2010, si applica soltanto ai nuovi pensionati, quindi coloro che sono già in pensione non sono toccati da questa riforma. Questo nuovo sistema si applica in particolare a coloro che andranno in pensione con il sistema contributivo, quello che ho appena illustrato, per cui coloro che avevano meno di 18 anni di contributi il 31 dicembre 1995. Sostanzialmente si applica soprattutto ai giovani, a quelli che hanno un minor numero di anni di contribuzione e a quelli che, in futuro, andranno via via con il sistema contributivo.
Quali sono le questioni che sorgono?
Alcune stime recenti, fatte nei giorni passati, dimostrano che con queste nuove tabelle di trasformazione chi andrà in pensione il 1 gennaio 2010, ripeto, con il sistema contributivo, quindi non i lavoratori più anziani, che hanno maturato quaranta anni di contributi e vanno in pensione con il sistema retributivo, ma soltanto i nuovi pensionati che avevano meno di diciotto anni al 31 dicembre 1995, questi nuovi pensionati avranno una pensione che, sulla base di questi nuovi coefficienti di trasformazione, sarà tra lo 0,8 e il 3,7% inferiore rispetto a coloro che, per esempio, andranno in pensione o saranno andati in pensione a novembre o a dicembre di quest’anno, del 2009, con lo stesso numero di anni di contribuzione. Questi nuovi coefficienti di trasformazione comportano una diminuzione della pensione netta, che verrà ricevuta da chi andrà in pensione l’anno prossimo.
Quale è la questione che sorge? La questione che sorge fa riferimento a due aspetti: un primo dubbio che molti hanno è come mai il sistema di rivalutazione dei contributi, che ho illustrato prima, è calcolato sulla base dell’andamento del prodotto interno lordo, cioè perché per tenere conto del rischio di una svalutazione dei soldi versati si tiene conto del tasso di crescita del Pil, e non si è invece scelto un indicatore o un indice di infrazione, come tipicamente si fa per tenere conto dell’andamento del potere d’acquisto. In particolare, l’Italia un tasso di crescita del Pil che è molto basso da vari anni: pensate che nel 2008 il Pil è diminuito dell’1%, nel 2009, nell’anno in corso, probabilmente il Pil italiano diminuirà del 5, 4%. Quindi i futuri pensionati, i giovani di oggi che andranno in pensione tra qualche anno avranno per questi anni, per il 2008, per il 2009 e forse anche per il 2010, una diminuzione del loro valore dei contributi relativi a questi anni perché, come ho spiegato, la rivalutazione di questi contributi viene fatta sulla base dell’andamento del Pil nei cinque anni presi in considerazione, per cui si può anche avere una situazione di svalutazione di questi contributi. Una domanda che sorge è: è giusto, è corretto, è lecito utilizzare i tassi di crescita del Pil come sistema per rivalutare i contributi versati dai lavoratori nel sistema contributivo? Prima domanda.
Seconda domanda: è sensato che questo sistema di rivalutazione venga calcolato non soltanto sugli anni a partire dai quali effettivamente viene introdotto il sistema contributivo, ma sull’intero montante e quindi venga retrospettivamente applicato anche sugli anni precedenti? Anche sotto questo profilo è equo un sistema di calcolo di questo tipo? Questo anche con riferimento ai coefficienti di trasformazione, i quali non è che si applichino soltanto ai tre anni relativi alla loro introduzione, ma vengono applicati su tutto quanto il montante.
Ci sono dei problemi sotto il profilo dell’equità, del trattamento equo per chi andrà in pensione a partire dal 1 gennaio dell’anno prossimo con un sistema contributivo. Lo ripeto ancora una volta: stiamo parlando soprattutto dei giovani.
Detto questo però, non ci dobbiamo nascondere alcuni problemi di natura strutturale che riguardano il sistema pensionistico: la spesa pensionistica in Italia è il doppio rispetto a quella degli altri Paesi dell’area dell’Ocse, cioè degli altri Paesi ricchi. In Italia il rapporto tra le pensioni e il prodotto interno lordo è pari al 14%, contro il 7% della media Ocse. Le pensioni complessivamente assorbono in Italia il 30% del bilancio pubblico, contro circa il 16% in media dei Paesi Ocse e, anche sotto il profilo dei contributi pagati dai lavoratori, dobbiamo tenere conto che è molto costoso, perché circa il 33% dei salari lordi finiscono a finanziare i contributi previdenziali, la media Ocse è il 21%, quindi è molto più bassa. Questa maggiore spesa per le pensioni ovviamente va scapito di altre spese che potrebbero essere fatte: spese sia sul fronte sociale - e pensiamo al sostegno delle famiglie più povere - sia spese come l’istruzione, la ricerca, l’innovazione tecnologica. Se si utilizza questa grande somma di soldi per le pensioni vuole dire che non si possono fare altri investimenti.
Altra considerazione: l’età teorica di pensionamento in Italia è, ormai, simile a quella degli altri Paesi, parliamo di 65 anni per gli uomini, che è l’età che è adottata in gran parte dei Paesi avanzati. Ma se andiamo a guardare l’età media effettiva di pensionamento, ossia l’età in cui effettivamente i lavoratori italiani vanno in pensione, scopriamo una grande anomalia: in Italia l’età effettiva media di pensionamento per gli uomini è di 58 anni, per le donne è di 57, quindi vuole dire che vanno molto prima in pensione rispetto alla data teorica, all’età teorica. Per avere un’idea di confronto, in Germania l’età media effettiva di pensionamento è di 63 anni, 63 contro 65, cioè solo tre anni prima; in Italia è di 58 anni contro 65, i maschi in media vanno in pensione sette anni prima del tempo. Questo è un problema e è un problema molto serio, molto grave e è una delle ragioni per le quali andrebbe affrontato con coraggio un provvedimento che cerchi di innalzare il prima possibile l’età anagrafica minima effettiva di pensionamento. Se il governo avesse la forza e il coraggio di innalzare quest’età minima effettiva, si potrebbe anche pensare di ricalcolare in parte questi coefficienti di trasformazione di cui abbiamo parlato e di rendere il sistema in qualche modo più equo. Pensiamo che nel 2011 l’età anagrafica minima per andare in pensione in Italia sarà 60 anni, nel 2013 passerà a 61 anni e così via, quindi sarà un procedimento molto lento di adeguamento dell’età pensionabile. Quello che forse bisognerebbe avere è il coraggio di innalzare l’età di pensionamento e, in questo modo, di liberare risorse aggiuntive che potrebbero servire per rendere più equo complessivamente il sistema pensionistico, soprattutto a tutela delle giovani generazioni, che rischiano di andare in pensione con un tasso di copertura, quindi con una pensione che sarà pari al 30 /35% dello stipendio di quando erano lavoratori, un tasso di copertura che è molto inferiore rispetto al 75 /78% delle generazioni precedenti. C’è un problema di equità tra le generazioni, c’è una mancanza di coraggio da parte del governo a affrontare questa questione e a parlare in maniera chiara e trasparente agli italiani e ai giovani di come stanno le cose in questo momento.
Parliamo oggi di alcuni cambiamenti che avranno luogo per i pensionati: dal 1 gennaio 2010 entreranno in vigore i nuovi coefficienti di trasformazione.
Dal 1995, con la riforma Dini, è stato introdotto in Italia per i lavoratori che, al 31 dicembre del 1995, avevano meno di 18 anni di contributi, un nuovo sistema di calcolo delle pensioni che viene definito sistema contributivo. Il sistema contributivo prevede che la pensione venga calcolata sulla base dell’insieme dei contributi che sono versati durante tutta la vita lavorativa da ciascun lavoratore.
Quindi, al momento di andare in pensione, ossia al termine della vita lavorativa, i contributi che sono stati versati da ciascun lavoratore vengono sommati: in questo modo si ottiene quella che si chiama la base contributiva complessiva, ovvero il montante individuale sul quale si calcola poi la pensione. Va tenuto conto di due elementi molto importanti: il primo è che i contributi annuali sono rivalutati ogni anno in base al tasso di variazione quinquennale del prodotto interno lordo. Questo procedimento dovrebbe, in teoria, servire per consentire di recuperare la diminuzione del potere d’acquisto legata all’inflazione, quindi ogni anno i contributi versati dal lavoratore vengono rivalutati sulla base di questo tasso di variazione del Pil. Il secondo elemento di cui dobbiamo tenere conto è che il montante, ossia questa somma di contributi annuali, viene a sua volta moltiplicato per i cosiddetti coefficienti di trasformazione. Questi coefficienti di trasformazione trasformano, in pratica, il montante, cioè questa somma complessiva, in una rendita: se ci pensiamo un attimo, la pensione che è una rendita che viene derivata da un capitale che viene accumulato negli anni dal lavoratore. Quello che succederà dal 1 gennaio dell’anno prossimo, del 2010, è che verranno introdotti dei nuovi coefficienti di trasformazione: si tratta di vere e proprie tabelle che fissano dei coefficienti moltiplicativi basati sull’età della persona al momento in cui va in pensione, che tengono conto dell’aspettativa di vita. Per fare un esempio, se al 1 gennaio 2010 si va in pensione con 59 anni di età e un certo numero di anni di contributi, si avrà un coefficiente di trasformazione che è più piccolo rispetto a quello di un altro lavoratore che andrà in pensione con gli stessi anni di contribuzione, ma magari con un’età pari a 61 anni, ovvero quanto più alta è l’età e tanto più alto è il coefficiente di trasformazione, quanto più bassa è l’età nella quale si va in pensione, tanto più piccolo è questo coefficiente di trasformazione.
Quale è l’idea? L’idea è che, se c’è un’aspettativa di vita che calcoliamo oggi, per esempio, pari a 81 anni e uno va in pensione a 59 anni, ci si aspetta che godrà dell’assegno di pensione per almeno 22 anni, cioè 81 anni di speranza di vita e 59, che sono gli anni nei quali lui inizia a andare in pensione. Chi va invece in pensione a 61 anni avrà soltanto venti anni di pensione, ossia due anni di meno, per cui i coefficienti di trasformazione tengono conto, in qualche modo, di questa diversa aspettativa di vita. Per mantenere in equilibrio il sistema pensionistico si applica un principio per cui, quanto maggiore sarà il numero di anni in cui si godrà della pensione, tanto più piccolo sarà questo coefficiente di trasformazione.
Periodicamente, cioè ogni tre anni, queste tabelle saranno riviste in modo meno favorevole per i nuovi pensionati: mano a mano che, con il passare degli anni, avremo un’aspettativa di vita che migliora, cioè vivremo più anni, queste tabelle nuove terranno conto di questa maggiore aspettativa di vita, di questo maggior numero di anni di pensione e saranno, in qualche modo, meno favorevoli per i pensionati.
Dobbiamo dire innanzitutto che questo cambiamento, che avviene dal 1 gennaio 2010, si applica soltanto ai nuovi pensionati, quindi coloro che sono già in pensione non sono toccati da questa riforma. Questo nuovo sistema si applica in particolare a coloro che andranno in pensione con il sistema contributivo, quello che ho appena illustrato, per cui coloro che avevano meno di 18 anni di contributi il 31 dicembre 1995. Sostanzialmente si applica soprattutto ai giovani, a quelli che hanno un minor numero di anni di contribuzione e a quelli che, in futuro, andranno via via con il sistema contributivo.
Quali sono le questioni che sorgono?
Alcune stime recenti, fatte nei giorni passati, dimostrano che con queste nuove tabelle di trasformazione chi andrà in pensione il 1 gennaio 2010, ripeto, con il sistema contributivo, quindi non i lavoratori più anziani, che hanno maturato quaranta anni di contributi e vanno in pensione con il sistema retributivo, ma soltanto i nuovi pensionati che avevano meno di diciotto anni al 31 dicembre 1995, questi nuovi pensionati avranno una pensione che, sulla base di questi nuovi coefficienti di trasformazione, sarà tra lo 0,8 e il 3,7% inferiore rispetto a coloro che, per esempio, andranno in pensione o saranno andati in pensione a novembre o a dicembre di quest’anno, del 2009, con lo stesso numero di anni di contribuzione. Questi nuovi coefficienti di trasformazione comportano una diminuzione della pensione netta, che verrà ricevuta da chi andrà in pensione l’anno prossimo.
Quale è la questione che sorge? La questione che sorge fa riferimento a due aspetti: un primo dubbio che molti hanno è come mai il sistema di rivalutazione dei contributi, che ho illustrato prima, è calcolato sulla base dell’andamento del prodotto interno lordo, cioè perché per tenere conto del rischio di una svalutazione dei soldi versati si tiene conto del tasso di crescita del Pil, e non si è invece scelto un indicatore o un indice di infrazione, come tipicamente si fa per tenere conto dell’andamento del potere d’acquisto. In particolare, l’Italia un tasso di crescita del Pil che è molto basso da vari anni: pensate che nel 2008 il Pil è diminuito dell’1%, nel 2009, nell’anno in corso, probabilmente il Pil italiano diminuirà del 5, 4%. Quindi i futuri pensionati, i giovani di oggi che andranno in pensione tra qualche anno avranno per questi anni, per il 2008, per il 2009 e forse anche per il 2010, una diminuzione del loro valore dei contributi relativi a questi anni perché, come ho spiegato, la rivalutazione di questi contributi viene fatta sulla base dell’andamento del Pil nei cinque anni presi in considerazione, per cui si può anche avere una situazione di svalutazione di questi contributi. Una domanda che sorge è: è giusto, è corretto, è lecito utilizzare i tassi di crescita del Pil come sistema per rivalutare i contributi versati dai lavoratori nel sistema contributivo? Prima domanda.
Seconda domanda: è sensato che questo sistema di rivalutazione venga calcolato non soltanto sugli anni a partire dai quali effettivamente viene introdotto il sistema contributivo, ma sull’intero montante e quindi venga retrospettivamente applicato anche sugli anni precedenti? Anche sotto questo profilo è equo un sistema di calcolo di questo tipo? Questo anche con riferimento ai coefficienti di trasformazione, i quali non è che si applichino soltanto ai tre anni relativi alla loro introduzione, ma vengono applicati su tutto quanto il montante.
Ci sono dei problemi sotto il profilo dell’equità, del trattamento equo per chi andrà in pensione a partire dal 1 gennaio dell’anno prossimo con un sistema contributivo. Lo ripeto ancora una volta: stiamo parlando soprattutto dei giovani.
Detto questo però, non ci dobbiamo nascondere alcuni problemi di natura strutturale che riguardano il sistema pensionistico: la spesa pensionistica in Italia è il doppio rispetto a quella degli altri Paesi dell’area dell’Ocse, cioè degli altri Paesi ricchi. In Italia il rapporto tra le pensioni e il prodotto interno lordo è pari al 14%, contro il 7% della media Ocse. Le pensioni complessivamente assorbono in Italia il 30% del bilancio pubblico, contro circa il 16% in media dei Paesi Ocse e, anche sotto il profilo dei contributi pagati dai lavoratori, dobbiamo tenere conto che è molto costoso, perché circa il 33% dei salari lordi finiscono a finanziare i contributi previdenziali, la media Ocse è il 21%, quindi è molto più bassa. Questa maggiore spesa per le pensioni ovviamente va scapito di altre spese che potrebbero essere fatte: spese sia sul fronte sociale - e pensiamo al sostegno delle famiglie più povere - sia spese come l’istruzione, la ricerca, l’innovazione tecnologica. Se si utilizza questa grande somma di soldi per le pensioni vuole dire che non si possono fare altri investimenti.
Altra considerazione: l’età teorica di pensionamento in Italia è, ormai, simile a quella degli altri Paesi, parliamo di 65 anni per gli uomini, che è l’età che è adottata in gran parte dei Paesi avanzati. Ma se andiamo a guardare l’età media effettiva di pensionamento, ossia l’età in cui effettivamente i lavoratori italiani vanno in pensione, scopriamo una grande anomalia: in Italia l’età effettiva media di pensionamento per gli uomini è di 58 anni, per le donne è di 57, quindi vuole dire che vanno molto prima in pensione rispetto alla data teorica, all’età teorica. Per avere un’idea di confronto, in Germania l’età media effettiva di pensionamento è di 63 anni, 63 contro 65, cioè solo tre anni prima; in Italia è di 58 anni contro 65, i maschi in media vanno in pensione sette anni prima del tempo. Questo è un problema e è un problema molto serio, molto grave e è una delle ragioni per le quali andrebbe affrontato con coraggio un provvedimento che cerchi di innalzare il prima possibile l’età anagrafica minima effettiva di pensionamento. Se il governo avesse la forza e il coraggio di innalzare quest’età minima effettiva, si potrebbe anche pensare di ricalcolare in parte questi coefficienti di trasformazione di cui abbiamo parlato e di rendere il sistema in qualche modo più equo. Pensiamo che nel 2011 l’età anagrafica minima per andare in pensione in Italia sarà 60 anni, nel 2013 passerà a 61 anni e così via, quindi sarà un procedimento molto lento di adeguamento dell’età pensionabile. Quello che forse bisognerebbe avere è il coraggio di innalzare l’età di pensionamento e, in questo modo, di liberare risorse aggiuntive che potrebbero servire per rendere più equo complessivamente il sistema pensionistico, soprattutto a tutela delle giovani generazioni, che rischiano di andare in pensione con un tasso di copertura, quindi con una pensione che sarà pari al 30 /35% dello stipendio di quando erano lavoratori, un tasso di copertura che è molto inferiore rispetto al 75 /78% delle generazioni precedenti. C’è un problema di equità tra le generazioni, c’è una mancanza di coraggio da parte del governo a affrontare questa questione e a parlare in maniera chiara e trasparente agli italiani e ai giovani di come stanno le cose in questo momento.
martedì 8 dicembre 2009
NO B DAY: CONTANO SOLO I FATTI
La piazza viola, con le centinaia di migliaia di giovani e di famiglie, ha sfilato in maniera determinata ma pacifica. Da ieri fare opposizione in Parlamento e nel Paese sarà più facile per il centrosinistra e per l'Italia dei Valori perché sappiamo di avere alle nostre spalle un popolo intero che sostiene il nostro operato.
Con la piazza di ieri abbiamo chiesto le dimissioni di Berlusconi per la sua incapacità di risolvere i problemi del paese e per impedire che la sua azione, in costante conflitto di interessi, possa servire solo a risolvere i suoi problemi personali con le solite leggi ad personam a cui ci opporremo sempre.
LINK DI RIFERIMENTO: http://italiadeivalori.antoniodipietro.com/articoli/politica/no_bday_contano_solo_i_fatti.php
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IDV - CIVITAVECCHIA
giovedì 3 dicembre 2009
CORSO AUTODIFESA DONNE
La violenza sessuale sulle donne è una grave piaga sociale a cui è difficile porre rimedio; quasi ogni giorni i notiziari nazionali affrontano l'argomento "violenza": ragazza minorenne violentata dal branco; anziana donna molestata, ecc ecc.
Sensibile a tale problema Sara Fresi (IDV) si è rivolta alla Società Sportiva Meiji Kan per organizzare Corsi di Difesa Personale, per Donne e Ragazze, aventi inizio dal 14 dicembre.
I corsi saranno tenuti dal Maestro Stefano Pucci, diplomato CONI ed ex Tecnico (per 11 anni) della Polizia Penitenziaria e dall’atleta azzurra Virginia Pucci, Allenatrice Federale e vice campionessa del Mondo di Karate.
Il corso è rivolto a ragazze e donne aventi età compresa tra i 14 ed i 60 anni, per un massimo di 30 partecipanti (verranno formati due gruppi da 15 persone ciascuno).
I corsi hanno per finalità insegnare alle partecipanti importanti nozioni, con applicazioni pratiche, utili alla difesa personale in caso di aggressione da parte di malintenzionati non in possesso di armi da fuoco. Nel 90% dei casi le donne che hanno frequentato i corsi hanno poi acquisito una maestria tecnica ed una sicurezza caratteriale che sono poi risultate fattori importanti non solo in caso di aggressione, ma anche nei rapporti interpersonali quotidiani.
Sara Fresi - Responsabile Cittadina Donne IDV Civitavecchia
Sensibile a tale problema Sara Fresi (IDV) si è rivolta alla Società Sportiva Meiji Kan per organizzare Corsi di Difesa Personale, per Donne e Ragazze, aventi inizio dal 14 dicembre.
I corsi saranno tenuti dal Maestro Stefano Pucci, diplomato CONI ed ex Tecnico (per 11 anni) della Polizia Penitenziaria e dall’atleta azzurra Virginia Pucci, Allenatrice Federale e vice campionessa del Mondo di Karate.
Il corso è rivolto a ragazze e donne aventi età compresa tra i 14 ed i 60 anni, per un massimo di 30 partecipanti (verranno formati due gruppi da 15 persone ciascuno).
I corsi hanno per finalità insegnare alle partecipanti importanti nozioni, con applicazioni pratiche, utili alla difesa personale in caso di aggressione da parte di malintenzionati non in possesso di armi da fuoco. Nel 90% dei casi le donne che hanno frequentato i corsi hanno poi acquisito una maestria tecnica ed una sicurezza caratteriale che sono poi risultate fattori importanti non solo in caso di aggressione, ma anche nei rapporti interpersonali quotidiani.
Sara Fresi - Responsabile Cittadina Donne IDV Civitavecchia
martedì 1 dicembre 2009
CONTRO LA VIOLENZA PER UNA RIFLESSIONE
Roma - Il giorno 28 Dicembre, dalle ore 9.00 alle ore 14.00, all’Hotel Palatino si è svolto il convegno “Violenza e Abuso tra Giustizia e Prevenzione”, organizzato e fortemente voluto dal Coordinamento Regionale Donne Italia dei Valori. Tale evento ha visto la numerosa presenza di donne e, soprattutto, di uomini che hanno mostrato una forte sensibilità al problema.
Il convegno è stato aperto da Paola Ottavini, Referente Organizzativo IDV Lazio, successivamente ha preso la parola l’Avv. Angela Leonardi Coordinatrice Regionale Donne IDV che ha sottolineato l’impegno di tutte le responsabili cittadine della regione che hanno contribuito a redigere un volume che è stato distribuito ai presenti e una mozione consegnata al Sen. Stefano Pedica (IDV) riguardo la violenza sulle donne. Il Sen. Pedica e l’On. Claudio Bucci hanno giudicato positivo l’affermarsi della presenza femminile nel partito; successivamente è intervenuto Alfonso Sabella, Giudice del Tribunale Penale di Roma, che ha commentato le attuali e carenti leggi che tutelano le donne in caso di violenza, molestia o stalking. L’Avv. Laura Guercio, Avvocato Penalista e Presidente dell’Associazione LAW ha stregato il pubblico con un intervento magistrale analizzando alcune leggi del Codice Penale. Federico Bianchi Psicoterapeuta Esperto di Età Evolutiva ha reso partecipi i presenti delle sue esperienze fatte per riportare alla normalità i bambini vittime di violenza; la signora Roberta Lerici Responsabile del Dipartimento Infanzia IDV Lazio ha analizzato alcuni articoli di giornale riguardanti violenze e molestie su minori all’interno delle scuole, evidenziando i fatti di Rignano Flaminio. Cristina Michelini, Coordinatrice Regionale dei Gruppi di Lavoro IDV, ha esaminato in modo dettagliato il fenomeno del mobbing sul posto di lavoro; la signora Marisa Ayroldi (IDV) ha citato gli aspetti psicologici della violenza domestica perpetrata sulle donne; Sara Fresi, Rappresentante Donne IDV di Civitavecchia, ha illustrato le statistiche inerenti la violenza sulle donne e le cause che hanno condizionato psicologicamente moltissime donne ad una inferiorità fisica che spesso le rendono incapaci di reagire alle aggressioni.
Le conclusioni sono state effettuate da Paola Calorenne, Coordinatrice Nazionale Giovani IDV, che ha anticipato iniziative, politiche e sociali, che coinvolgeranno la componente femminile del Coordinamento Regionale IDV.
Le donne dell’Italia dei Valori ritengono di fondamentale importanza che si crei una larga intesa con le donne degli altri partiti, poiché su questi temi non vi può essere divisione.
Sara Fresi – Responsabile Cittadina Donne IDV
Il convegno è stato aperto da Paola Ottavini, Referente Organizzativo IDV Lazio, successivamente ha preso la parola l’Avv. Angela Leonardi Coordinatrice Regionale Donne IDV che ha sottolineato l’impegno di tutte le responsabili cittadine della regione che hanno contribuito a redigere un volume che è stato distribuito ai presenti e una mozione consegnata al Sen. Stefano Pedica (IDV) riguardo la violenza sulle donne. Il Sen. Pedica e l’On. Claudio Bucci hanno giudicato positivo l’affermarsi della presenza femminile nel partito; successivamente è intervenuto Alfonso Sabella, Giudice del Tribunale Penale di Roma, che ha commentato le attuali e carenti leggi che tutelano le donne in caso di violenza, molestia o stalking. L’Avv. Laura Guercio, Avvocato Penalista e Presidente dell’Associazione LAW ha stregato il pubblico con un intervento magistrale analizzando alcune leggi del Codice Penale. Federico Bianchi Psicoterapeuta Esperto di Età Evolutiva ha reso partecipi i presenti delle sue esperienze fatte per riportare alla normalità i bambini vittime di violenza; la signora Roberta Lerici Responsabile del Dipartimento Infanzia IDV Lazio ha analizzato alcuni articoli di giornale riguardanti violenze e molestie su minori all’interno delle scuole, evidenziando i fatti di Rignano Flaminio. Cristina Michelini, Coordinatrice Regionale dei Gruppi di Lavoro IDV, ha esaminato in modo dettagliato il fenomeno del mobbing sul posto di lavoro; la signora Marisa Ayroldi (IDV) ha citato gli aspetti psicologici della violenza domestica perpetrata sulle donne; Sara Fresi, Rappresentante Donne IDV di Civitavecchia, ha illustrato le statistiche inerenti la violenza sulle donne e le cause che hanno condizionato psicologicamente moltissime donne ad una inferiorità fisica che spesso le rendono incapaci di reagire alle aggressioni.
Le conclusioni sono state effettuate da Paola Calorenne, Coordinatrice Nazionale Giovani IDV, che ha anticipato iniziative, politiche e sociali, che coinvolgeranno la componente femminile del Coordinamento Regionale IDV.
Le donne dell’Italia dei Valori ritengono di fondamentale importanza che si crei una larga intesa con le donne degli altri partiti, poiché su questi temi non vi può essere divisione.
Sara Fresi – Responsabile Cittadina Donne IDV
UN PUNTO DELL'ECONOMIA: 6.LA POVERTA' IN ITALIA.
AUTORE: Sandro Trento.
Si contano in Italia, nel 2008, oltre 8 milioni di poveri, il 13% della popolazione, con una spesa mensile inferiore a 999 Euro pro capite. Questo fenomeno è particolarmente diffuso nelle regioni meridionali: nel Mezzogiorno il 24% delle famiglie è al di sotto della soglia di povertà, cinque volte di più che nelle regioni settentrionali. Se consideriamo le famiglie con tre o più bambini minori, questa quota di famiglie povere nel sud supera il 40%. Il rischio di povertà in Italia cresce al diminuire dell’età, quindi si è molto più a rischio di essere poveri, se si è giovani rispetto agli anziani: si tratta di un fenomeno abbastanza nuovo, 30 anni fa la situazione era esattamente capovolta, era molto più probabile essere poveri, se si era anziani, rispetto ai giovani. Tra i minorenni in questo momento in Italia il 19% dei minorenni in Italia appartiene alla categoria dei poveri, mentre tra gli ultrasessantenni soltanto l’8, 5% appartiene ai poveri, per cui confermiamo che al diminuire dell’età aumenta la probabilità di essere poveri.
Questo fenomeno in particolare, ossia la povertà minorile, la povertà dei bambini, è un fenomeno che non ha eguali in nessun Paese d’Europa, l’Italia è una vera anomalia sotto questo profilo e questo spiega perché in Italia molte famiglie non possono permettersi di fare il secondo o il terzo figlio, perché così tante famiglie in Italia fanno soltanto un figlio o, addirittura, ci sono coppie che non fanno figli per niente. Perché? Perché avere un figlio in più può comportare il rischio di finire nella categoria dei poveri e, soprattutto, perché in Italia non ci sono strumenti di aiuto ai bambini, non ci sono strumenti di aiuto alle famiglie: gran parte del nostro sistema di welfare state è costituito a sostegno soprattutto delle persone più anziane. In generale, la povertà in Italia si associa a che cosa? A bassi livelli di istruzione, per cui quanto minore è il livello d’istruzione, tanto più è probabile che si sia poveri, a bassi profili professionali e al rischio di essere esclusi dal mercato del lavoro. Il 34% delle famiglie nelle quali il capofamiglia è disoccupato è povero. L’aspetto molto importante su cui concentrarsi è proprio la struttura del nostro sistema di produzione sociale, che è un sistema di produzione sociale che prevede una sorta di reddito minimo garantito per gli anziani: pensate alla cosiddetta pensione sociale, ma non prevede un reddito minimo garantito per i bambini o per i minori. Noi, di Italia dei Valori, pensiamo che questa sia una vera emergenza nazionale, non è tollerabile che un Paese membro dell’Unione Europea, che fa parte dei sette più grandi Paesi industrializzati, abbia una quota di povertà così estesa e così diffusa, per cui pensiamo che importante, che sia necessario ripensare il nostro sistema di protezione sociale, immaginando delle forme di sostegno al reddito mirate a ridurre queste aree di disagio sociale. Come si interviene per combattere la povertà? Bisogna intervenire innanzitutto sui grandi capitoli di spesa: uno dei grandi capitoli di spesa è rappresentato dalla spesa per l’affitto, per l’abitazione. Le spese di affitto rappresentano in media per le famiglie italiane il 26% della loro spesa mensile, per cui sarebbe importante e necessario introdurre forme di sussidio agli affitti, mirate alle famiglie più disagiate, forme di integrazione al reddito finalizzate a pagare gli affitti.
Un secondo grande capitolo di spesa è rappresentato dai generi alimentari, che sono il 20% della spesa mensile media delle famiglie italiane: anche in questo caso si tratterebbe di introdurre delle forme significative di sostegno al reddito, non i 40 Euro della social card introdotta da Berlusconi l’anno scorso, 40 Euro mensili di social card non sono niente per una famiglia che ha bisogno di acquistare alimenti. Si tratta di incidere sulla capacità di acquisto di beni alimentari.
In terzo luogo, si tratta di intervenire sulle tariffe dei servizi pubblici: penso, per esempio, al gas e all’elettricità. In molti Paesi d’Europa sono state istituite delle forme di cittadinanza sociale, per cui i poveri hanno comunque garantita una serie di servizi indispensabili per vivere, quali il gas, l’elettricità, la telefonia etc., magari con contratti particolari che riducono le opzioni, ma che assicurano la sopravvivenza alle famiglie più disagiate. Questi sono interventi che riteniamo necessari per intervenire su tre grandi capitoli di spesa ma, in generale, crediamo, come Italia dei Valori, che sia il momento di pensare a un vero e proprio reddito minimo garantito, a una forma di reddito che sostenga soprattutto le famiglie con bambini minori: è il momento di ragionamento del patto tra le generazioni e di sostenere le famiglie giovani che hanno bambini piccoli, bambini minori, con una forma di reddito minimo garantito. Questa è una delle questioni su cui noi, come riformisti italiani, pensiamo sia necessario interrogarsi immediatamente per sostenere le famiglie italiane.
Si contano in Italia, nel 2008, oltre 8 milioni di poveri, il 13% della popolazione, con una spesa mensile inferiore a 999 Euro pro capite. Questo fenomeno è particolarmente diffuso nelle regioni meridionali: nel Mezzogiorno il 24% delle famiglie è al di sotto della soglia di povertà, cinque volte di più che nelle regioni settentrionali. Se consideriamo le famiglie con tre o più bambini minori, questa quota di famiglie povere nel sud supera il 40%. Il rischio di povertà in Italia cresce al diminuire dell’età, quindi si è molto più a rischio di essere poveri, se si è giovani rispetto agli anziani: si tratta di un fenomeno abbastanza nuovo, 30 anni fa la situazione era esattamente capovolta, era molto più probabile essere poveri, se si era anziani, rispetto ai giovani. Tra i minorenni in questo momento in Italia il 19% dei minorenni in Italia appartiene alla categoria dei poveri, mentre tra gli ultrasessantenni soltanto l’8, 5% appartiene ai poveri, per cui confermiamo che al diminuire dell’età aumenta la probabilità di essere poveri.
Questo fenomeno in particolare, ossia la povertà minorile, la povertà dei bambini, è un fenomeno che non ha eguali in nessun Paese d’Europa, l’Italia è una vera anomalia sotto questo profilo e questo spiega perché in Italia molte famiglie non possono permettersi di fare il secondo o il terzo figlio, perché così tante famiglie in Italia fanno soltanto un figlio o, addirittura, ci sono coppie che non fanno figli per niente. Perché? Perché avere un figlio in più può comportare il rischio di finire nella categoria dei poveri e, soprattutto, perché in Italia non ci sono strumenti di aiuto ai bambini, non ci sono strumenti di aiuto alle famiglie: gran parte del nostro sistema di welfare state è costituito a sostegno soprattutto delle persone più anziane. In generale, la povertà in Italia si associa a che cosa? A bassi livelli di istruzione, per cui quanto minore è il livello d’istruzione, tanto più è probabile che si sia poveri, a bassi profili professionali e al rischio di essere esclusi dal mercato del lavoro. Il 34% delle famiglie nelle quali il capofamiglia è disoccupato è povero. L’aspetto molto importante su cui concentrarsi è proprio la struttura del nostro sistema di produzione sociale, che è un sistema di produzione sociale che prevede una sorta di reddito minimo garantito per gli anziani: pensate alla cosiddetta pensione sociale, ma non prevede un reddito minimo garantito per i bambini o per i minori. Noi, di Italia dei Valori, pensiamo che questa sia una vera emergenza nazionale, non è tollerabile che un Paese membro dell’Unione Europea, che fa parte dei sette più grandi Paesi industrializzati, abbia una quota di povertà così estesa e così diffusa, per cui pensiamo che importante, che sia necessario ripensare il nostro sistema di protezione sociale, immaginando delle forme di sostegno al reddito mirate a ridurre queste aree di disagio sociale. Come si interviene per combattere la povertà? Bisogna intervenire innanzitutto sui grandi capitoli di spesa: uno dei grandi capitoli di spesa è rappresentato dalla spesa per l’affitto, per l’abitazione. Le spese di affitto rappresentano in media per le famiglie italiane il 26% della loro spesa mensile, per cui sarebbe importante e necessario introdurre forme di sussidio agli affitti, mirate alle famiglie più disagiate, forme di integrazione al reddito finalizzate a pagare gli affitti.
Un secondo grande capitolo di spesa è rappresentato dai generi alimentari, che sono il 20% della spesa mensile media delle famiglie italiane: anche in questo caso si tratterebbe di introdurre delle forme significative di sostegno al reddito, non i 40 Euro della social card introdotta da Berlusconi l’anno scorso, 40 Euro mensili di social card non sono niente per una famiglia che ha bisogno di acquistare alimenti. Si tratta di incidere sulla capacità di acquisto di beni alimentari.
In terzo luogo, si tratta di intervenire sulle tariffe dei servizi pubblici: penso, per esempio, al gas e all’elettricità. In molti Paesi d’Europa sono state istituite delle forme di cittadinanza sociale, per cui i poveri hanno comunque garantita una serie di servizi indispensabili per vivere, quali il gas, l’elettricità, la telefonia etc., magari con contratti particolari che riducono le opzioni, ma che assicurano la sopravvivenza alle famiglie più disagiate. Questi sono interventi che riteniamo necessari per intervenire su tre grandi capitoli di spesa ma, in generale, crediamo, come Italia dei Valori, che sia il momento di pensare a un vero e proprio reddito minimo garantito, a una forma di reddito che sostenga soprattutto le famiglie con bambini minori: è il momento di ragionamento del patto tra le generazioni e di sostenere le famiglie giovani che hanno bambini piccoli, bambini minori, con una forma di reddito minimo garantito. Questa è una delle questioni su cui noi, come riformisti italiani, pensiamo sia necessario interrogarsi immediatamente per sostenere le famiglie italiane.
lunedì 23 novembre 2009
UN PUNTO DELL'ECONOMIA: 5.IL PROCESSO BREVE.
AUTORE: Sandro Trento.
Oggi farò riferimento di nuovo alla giustizia, di cui abbiamo parlato qualche settimana fa, e in particolare ad una recente proposta dal governo mirata all'estinzione dei procedimenti penali. La risposta che potrebbe venire in mente ad alcuni è che questo procedimento potrebbe far accelerare i tempi della giustizia.
In Italia il 40% dei processi penali, che sono arrivati ad una sentenza, sono durati più di tre anni. Ci si potrebbe domandare se questo provvedimento del governo in realtà cerca di favorire l'economia accelerando i tempi della magistratura. In realtà con questo provvedimento il governo cerca di porre rimedio alla sconfitta che ha subito il lodo Alfano, respinto dalla Corte Costituzionale.
Si tratta di un provvedimento che prevede l'estinzione dei processi penali che siano durati più di due anni. Ricordo che una volta estinto un processo non può essere ripetuto. Il fortunato imputato, con l'estinzione del processo, si troverebbe nella condizione che ha risolto i suoi problemi con la giustizia.
In Italia i tempi della giustizia sono molto lunghi, e questi tempi si traducono in costi elevati per i cittadini, per le imprese e per gli investitori internazionali. Condividiamo l'idea che sia necessario accelerare i tempi della giustizia, ma un conto è ragionare sull'idea di come accelerare e un conto è mettere in cantiere un provvedimento che ammazza i processi. E' come dire che “bisogna fare dieta per evitare di essere obesi e per evitare l'obesità diamo del veleno a chi supera un certo peso”.
Introducendo un provvedimento di questo tipo si crea un problema legato al comportamento dei giudici. Cosa faranno i giudici? Si concentreranno soltanto su quei processi che potranno essere conclusi nell'arco di due anni o continueranno a lavorare su tutti i casi ben consapevoli che la maggior parte di essi saranno estinti nell'arco di due anni? In Italia vige il principio che di fronte ad un reato il giudice è obbligato ad aprire un azione penale, però se si introduce questo principio dell'estinzione dopo due anni si rischia di rompere l'obbligatorietà dell'azione penale. I giudici potrebbero avere, a loro discrezione, a non intraprendere determinate azioni penali piuttosto che altre. Si creerebbero, ovviamente, fenomeni di corruzione dei giudici: il criminale potrebbe decidere di corrompere il giudice cercando di far dilazionare l'azione penale perché decada.
L'altro elemento negativo fa riferimento all'azione della difesa, che avrà interesse a sollevare obiezioni per ritardare il procedimento penale fino ad arrivare alla scadenza dei due anni.
Un meccanismo di questo tipo non incide sul modo in cui è organizzata la giustizia, non prevede l'assunzione di nuovi giudici o la modifica di come sono ripartite le risorse tra i vari tribunali, ma introduce un principio generale di estinzione dei provvedimenti penali dando dei segnali preoccupanti agli investitori internazionali. L'Italia rischia di essere un Paese nel quale non è più certa l'azione giudiziaria contro i reati, e investitori internazionali potrebbero essere scoraggiati dall'investire le loro risorse in Italia ben sapendo che se si trovassero truffati o danneggiati da qualche impresa o cittadino italiano non si troverebbero nella condizione di far valere i loro diritti.
Si rischia di avere una situazione di incertezza giuridica. Pensate al caso Parmalat, che ha comportato costi molto gravi per migliaia di famiglie risparmiatrici. Se fosse stato in vigore questo provvedimento non si sarebbe arrivati ad una sentenza di condanna per i responsabili del caso Parmalat. Quanti scandali economici ci sono stati in questi anni in Italia i cui processi hanno richiesto più di due anni? Tutti questi provvedimenti sarebbero caduti semplicemente perché superano il periodo previsto dalla legge del governo.
E' evidente che il governo propone questa iniziativa per ragioni personali del Presidente del Consiglio. Introducendo questo provvedimento ammazza processi si vuole tutelare l'impunità di Silvio Berlusconi e degli altri politici che hanno in corso procedimenti penali, e non va nella direzione, che noi auspicavamo, di accelerare i tempi della giustizia per favorire l'economia italiana.
Ci auguriamo che il Parlamento non approvi questo provvedimento, o che la Corte Costituzionale lo possa censurare. L'Italia dei Valori farà di tutto per impedire che questo provvedimento crei danni permanenti all'economia italiana.
IDV - CIVITAVECCHIA
Oggi farò riferimento di nuovo alla giustizia, di cui abbiamo parlato qualche settimana fa, e in particolare ad una recente proposta dal governo mirata all'estinzione dei procedimenti penali. La risposta che potrebbe venire in mente ad alcuni è che questo procedimento potrebbe far accelerare i tempi della giustizia.
In Italia il 40% dei processi penali, che sono arrivati ad una sentenza, sono durati più di tre anni. Ci si potrebbe domandare se questo provvedimento del governo in realtà cerca di favorire l'economia accelerando i tempi della magistratura. In realtà con questo provvedimento il governo cerca di porre rimedio alla sconfitta che ha subito il lodo Alfano, respinto dalla Corte Costituzionale.
Si tratta di un provvedimento che prevede l'estinzione dei processi penali che siano durati più di due anni. Ricordo che una volta estinto un processo non può essere ripetuto. Il fortunato imputato, con l'estinzione del processo, si troverebbe nella condizione che ha risolto i suoi problemi con la giustizia.
In Italia i tempi della giustizia sono molto lunghi, e questi tempi si traducono in costi elevati per i cittadini, per le imprese e per gli investitori internazionali. Condividiamo l'idea che sia necessario accelerare i tempi della giustizia, ma un conto è ragionare sull'idea di come accelerare e un conto è mettere in cantiere un provvedimento che ammazza i processi. E' come dire che “bisogna fare dieta per evitare di essere obesi e per evitare l'obesità diamo del veleno a chi supera un certo peso”.
Introducendo un provvedimento di questo tipo si crea un problema legato al comportamento dei giudici. Cosa faranno i giudici? Si concentreranno soltanto su quei processi che potranno essere conclusi nell'arco di due anni o continueranno a lavorare su tutti i casi ben consapevoli che la maggior parte di essi saranno estinti nell'arco di due anni? In Italia vige il principio che di fronte ad un reato il giudice è obbligato ad aprire un azione penale, però se si introduce questo principio dell'estinzione dopo due anni si rischia di rompere l'obbligatorietà dell'azione penale. I giudici potrebbero avere, a loro discrezione, a non intraprendere determinate azioni penali piuttosto che altre. Si creerebbero, ovviamente, fenomeni di corruzione dei giudici: il criminale potrebbe decidere di corrompere il giudice cercando di far dilazionare l'azione penale perché decada.
L'altro elemento negativo fa riferimento all'azione della difesa, che avrà interesse a sollevare obiezioni per ritardare il procedimento penale fino ad arrivare alla scadenza dei due anni.
Un meccanismo di questo tipo non incide sul modo in cui è organizzata la giustizia, non prevede l'assunzione di nuovi giudici o la modifica di come sono ripartite le risorse tra i vari tribunali, ma introduce un principio generale di estinzione dei provvedimenti penali dando dei segnali preoccupanti agli investitori internazionali. L'Italia rischia di essere un Paese nel quale non è più certa l'azione giudiziaria contro i reati, e investitori internazionali potrebbero essere scoraggiati dall'investire le loro risorse in Italia ben sapendo che se si trovassero truffati o danneggiati da qualche impresa o cittadino italiano non si troverebbero nella condizione di far valere i loro diritti.
Si rischia di avere una situazione di incertezza giuridica. Pensate al caso Parmalat, che ha comportato costi molto gravi per migliaia di famiglie risparmiatrici. Se fosse stato in vigore questo provvedimento non si sarebbe arrivati ad una sentenza di condanna per i responsabili del caso Parmalat. Quanti scandali economici ci sono stati in questi anni in Italia i cui processi hanno richiesto più di due anni? Tutti questi provvedimenti sarebbero caduti semplicemente perché superano il periodo previsto dalla legge del governo.
E' evidente che il governo propone questa iniziativa per ragioni personali del Presidente del Consiglio. Introducendo questo provvedimento ammazza processi si vuole tutelare l'impunità di Silvio Berlusconi e degli altri politici che hanno in corso procedimenti penali, e non va nella direzione, che noi auspicavamo, di accelerare i tempi della giustizia per favorire l'economia italiana.
Ci auguriamo che il Parlamento non approvi questo provvedimento, o che la Corte Costituzionale lo possa censurare. L'Italia dei Valori farà di tutto per impedire che questo provvedimento crei danni permanenti all'economia italiana.
IDV - CIVITAVECCHIA
mercoledì 18 novembre 2009
CHIUSURA TESSERAMENTO ITALIA DEI VALORI - CIVITAVECCHIA.
Venerdì 20 Novembre verrà chiuso il tesseramento dell’Italia dei Valori sezione di Civitavecchia; coloro che fossero interessati ad iscriversi al Partito, possono recarsi presso la sede, sita in via Alcide De Gasperi n° 30/C, la mattina dalle ore 09,30 alle ore 12,30 ed il pomeriggio dalle ore 15,30 alle ore 19,00.
Venite, vi aspettiamo!
IDV - CIVITAVECCHIA
Venite, vi aspettiamo!
IDV - CIVITAVECCHIA
lunedì 16 novembre 2009
UN PUNTO DELL'ECONOMIA: 4. L'INNOVAZIONE.
AUTORE: SANDRO TRENTO.
Oggi parliamo di innovazione, un attività che possiamo definire tipicamente umana, l'uomo da quando è sulla terra si è sempre sforzato di migliorare il modo di fare le cose. Generare l'innovazione è rappresentata da nuovi sistemi di produrre le cose che già sono disponibili e, ancora più importante, individuare nuovi prodotti o nuovi servizi che prima non esistevano.
Con l'apertura dei mercati, con la crescente integrazione internazionale, che oramai tutti chiamano globalizzazione, sono entrati sul mercato internazionale imprese localizzate in paesi dove il costo di lavoro è molto più basso rispetto a quello europeo o americano, pensiamo ai paesi come il Brasile, l'Indonesia, l'India la Cina e altri ancora. Questi paesi, in virtù del basso costo del lavoro, si sono specializzati prevalentemente in quei settori tradizionali nei quali il costo del lavoro rappresenta una componente importante per competere nei mercati. Ci sono molte imprese che producono prodotti tessili e prodotti tradizionali, lavorazioni a minor contenuto tecnologico e minor qualificazione della manodopera.
Questo processo di globalizzazione, e la presenza di questi concorrenti, ha avuto in questi anni un impatto molto forte sul commercio internazionale. Da un lato è aumentato il volume delle esportazioni complessive, una crescita complessiva del commercio mondiale rispetto ai decenni precedenti, ma se guardiamo con attenzione scopriamo che sono stati soprattutto i prodotti ad alta tecnologia a conoscere un aumento della domanda, in generale i prodotti legati ai beni capitali.
Un altro fenomeno che si ha avuto in questi anni è quello della redistribuzione delle quote di mercato. L'ingresso sui mercati mondiali di Cina, India, Indonesia, Brasile e altri, ha comportato una redistribuzione delle quote e delle esportazioni a favore di questi paesi e a danno di altri paesi di più antica industrializzazione. In particolare, l'Italia è tra i paesi che hanno sofferto di più per l'entrata nel mercato internazionale di questi paesi di recente industrializzazione, siccome l'Italia è un paese specializzato in lavorazioni di tipo tradizionale, tessile, abbigliamento, calzature e altro, le stesse lavorazioni con le quali hanno fatto ingresso Cina, India e altri paesi.
Un altro fenomeno che si è accentuato in questi anni è l'internazionalizzazione delle imprese. E' diventato sempre più frequente fare accordi internazionali: delocalizzazioni, investimenti internazionali, sono diventati una componente molto più importante sul PIL mondiale rispetto al passato. Per produrre un bene è sempre più importante essere presenti in più mercati, essere capaci di sfruttare le risorse e le competenze in paesi distanti tra loro. Anche su questo profilo l'Italia non è messa molto bene, sia sotto il profilo degli investimenti diretti in uscita, le nostre imprese sono meno internazionalizzate rispetto le imprese tedesche e francesi, sia sotto il profilo degli investimenti in entrata, siamo un Paese che attrae meno investimenti esteri rispetto agli altri paesi europei, questo perché in Italia è molto difficile fare impresa: alti costi burocratici, fisco troppo elevato, una pubblica amministrazione inefficiente, un settore di servizi meno moderno rispetto ad altri paesi.
Questo è lo scenario dove le imprese italiane si trovano ad operare, ed è evidente che vince chi è capace di innovare di più, e non su chi punta al costo del lavoro. Essere poco innovativi rischia di essere un fattore che porta le imprese a scomparire e ad essere cacciate dal mercato.
In Italia facciamo poca innovazione, complessivamente il rapporto tra gli investimenti e ricerca-sviluppo sul prodotto interno lordo è la metà dei grandi paesi europei, siamo quindi un Paese che investe pochissimo nell'attività innovativa, siamo poco presenti nei settori ad alta tecnologia e siamo poco internazionalizzati.
E' importante che l'innovazione sia al centro delle politiche industriali, è fondamentale che ci siano delle politiche che favoriscano l'attività innovativa, aiutando la nascita di imprese nei settori legati alla frontiera tecnologica, favorire una crescita dimensionale delle imprese, le imprese italiane sono troppo piccole e non sono in grado di fare innovazione, e incentivare l'entrata di investitori esteri in Italia, cosi da avere tecnologie più avanzate da paesi più avanzati.
Bisogna affrontare, inoltre, la riforma dell'istruzione. La scuola e l'università devono diventare vere e proprie fucine di attività innovativa. Bisogna riflettere sul modo in cui funzionano, sia sul profilo dei contenuti, aumentando le ore di materia scientifiche, sia sul profilo dell'organizzazione, facendo si che le università siano capaci di formare tecnici, ingegneri e scienziati di qualità paragonabile a quella di altri paesi, facendo in modo che le università siano in grado di dialogare con le imprese, sviluppando progetti comuni per produrre nuovi prodotti, nuovi servizi, nuovi metodi produttivi. Questa è una delle questioni fondamentali per affrontare la globalizzazione in positivo, trasformandola in un opportunità e non in una minaccia.
IDV - CIVITAVECCHIA
Oggi parliamo di innovazione, un attività che possiamo definire tipicamente umana, l'uomo da quando è sulla terra si è sempre sforzato di migliorare il modo di fare le cose. Generare l'innovazione è rappresentata da nuovi sistemi di produrre le cose che già sono disponibili e, ancora più importante, individuare nuovi prodotti o nuovi servizi che prima non esistevano.
Con l'apertura dei mercati, con la crescente integrazione internazionale, che oramai tutti chiamano globalizzazione, sono entrati sul mercato internazionale imprese localizzate in paesi dove il costo di lavoro è molto più basso rispetto a quello europeo o americano, pensiamo ai paesi come il Brasile, l'Indonesia, l'India la Cina e altri ancora. Questi paesi, in virtù del basso costo del lavoro, si sono specializzati prevalentemente in quei settori tradizionali nei quali il costo del lavoro rappresenta una componente importante per competere nei mercati. Ci sono molte imprese che producono prodotti tessili e prodotti tradizionali, lavorazioni a minor contenuto tecnologico e minor qualificazione della manodopera.
Questo processo di globalizzazione, e la presenza di questi concorrenti, ha avuto in questi anni un impatto molto forte sul commercio internazionale. Da un lato è aumentato il volume delle esportazioni complessive, una crescita complessiva del commercio mondiale rispetto ai decenni precedenti, ma se guardiamo con attenzione scopriamo che sono stati soprattutto i prodotti ad alta tecnologia a conoscere un aumento della domanda, in generale i prodotti legati ai beni capitali.
Un altro fenomeno che si ha avuto in questi anni è quello della redistribuzione delle quote di mercato. L'ingresso sui mercati mondiali di Cina, India, Indonesia, Brasile e altri, ha comportato una redistribuzione delle quote e delle esportazioni a favore di questi paesi e a danno di altri paesi di più antica industrializzazione. In particolare, l'Italia è tra i paesi che hanno sofferto di più per l'entrata nel mercato internazionale di questi paesi di recente industrializzazione, siccome l'Italia è un paese specializzato in lavorazioni di tipo tradizionale, tessile, abbigliamento, calzature e altro, le stesse lavorazioni con le quali hanno fatto ingresso Cina, India e altri paesi.
Un altro fenomeno che si è accentuato in questi anni è l'internazionalizzazione delle imprese. E' diventato sempre più frequente fare accordi internazionali: delocalizzazioni, investimenti internazionali, sono diventati una componente molto più importante sul PIL mondiale rispetto al passato. Per produrre un bene è sempre più importante essere presenti in più mercati, essere capaci di sfruttare le risorse e le competenze in paesi distanti tra loro. Anche su questo profilo l'Italia non è messa molto bene, sia sotto il profilo degli investimenti diretti in uscita, le nostre imprese sono meno internazionalizzate rispetto le imprese tedesche e francesi, sia sotto il profilo degli investimenti in entrata, siamo un Paese che attrae meno investimenti esteri rispetto agli altri paesi europei, questo perché in Italia è molto difficile fare impresa: alti costi burocratici, fisco troppo elevato, una pubblica amministrazione inefficiente, un settore di servizi meno moderno rispetto ad altri paesi.
Questo è lo scenario dove le imprese italiane si trovano ad operare, ed è evidente che vince chi è capace di innovare di più, e non su chi punta al costo del lavoro. Essere poco innovativi rischia di essere un fattore che porta le imprese a scomparire e ad essere cacciate dal mercato.
In Italia facciamo poca innovazione, complessivamente il rapporto tra gli investimenti e ricerca-sviluppo sul prodotto interno lordo è la metà dei grandi paesi europei, siamo quindi un Paese che investe pochissimo nell'attività innovativa, siamo poco presenti nei settori ad alta tecnologia e siamo poco internazionalizzati.
E' importante che l'innovazione sia al centro delle politiche industriali, è fondamentale che ci siano delle politiche che favoriscano l'attività innovativa, aiutando la nascita di imprese nei settori legati alla frontiera tecnologica, favorire una crescita dimensionale delle imprese, le imprese italiane sono troppo piccole e non sono in grado di fare innovazione, e incentivare l'entrata di investitori esteri in Italia, cosi da avere tecnologie più avanzate da paesi più avanzati.
Bisogna affrontare, inoltre, la riforma dell'istruzione. La scuola e l'università devono diventare vere e proprie fucine di attività innovativa. Bisogna riflettere sul modo in cui funzionano, sia sul profilo dei contenuti, aumentando le ore di materia scientifiche, sia sul profilo dell'organizzazione, facendo si che le università siano capaci di formare tecnici, ingegneri e scienziati di qualità paragonabile a quella di altri paesi, facendo in modo che le università siano in grado di dialogare con le imprese, sviluppando progetti comuni per produrre nuovi prodotti, nuovi servizi, nuovi metodi produttivi. Questa è una delle questioni fondamentali per affrontare la globalizzazione in positivo, trasformandola in un opportunità e non in una minaccia.
IDV - CIVITAVECCHIA
domenica 15 novembre 2009
SCUDO FISCALE: DENUNCIARLO E' UN DOVERE
Testo: "Abbiamo sentito il dovere di denunciare il cosiddetto ‘scudo fiscale’ perché rappresenta l'ennesima anomalia italiana, anche rispetto a qualsiasi altra forma di amnistia fiscale presentata in altri paesi. Nella denuncia formale nei confronti della Repubblica italiana, sottoscritta da Luigi de Magistris e depositato dall'avvocato Giuseppe Giacomini presso la Commissione europea, affermiamo che il cosiddetto 'scudo fiscale' è incompatibile con le norme Ue sull'Iva, sul riciclaggio del denaro sporco e sugli aiuti di Stato. Lo scudo, infatti, permette l'evasione fiscale colpendo direttamente le risorse proprie con cui si finanzia l'Ue, favorisce aiuti di Stato mascherati e, attraverso l'anonimato, copre di non-punibilità reati come il riciclaggio. Dopo l’approvazione del provvedimento, con cui si legalizzano le attività finanziarie e patrimoniali detenute fuori dal territorio dello Stato italiano mediante il pagamento del 5% delle somme reimportate, avevamo già presentato un'interrogazione parlamentare chiedendo alla Commissione Ue di rispondere su alcuni quesiti:
1) se la norma e, in particolare la garanzia di anonimato, possa incidere negativamente e ledere i sistemi fiscali degli altri stati membri;
2) se la norma sia conforme alla normativa dell’Ue e ai principi generali dell´ordinamento nella parte in cui consente la possibilità di "comprare" l´impunità penale;
3) se la norma sia lesiva dei diritti fiscali dell´Ue, laddove la sanatoria in questione consente di evadere la quota di compartecipazione alle imposte (IVA);
4) se la garanzia di anonimato possa consentire di introdurre nel mercato finanziario europeo somme frutto di attività illecite.
Per noi lo Stato italiano deve essere lo scudo degli italiani onesti, al contrario di quello voluto dal governo Berlusconi per coprire i furbi. E proprio agli italiani onesti abbiamo pensato nel presentare la denuncia: se le istituzioni europee decreteranno l'illegittimità della sanatoria, infatti, sarà purtroppo la collettività italiana a risponderne finanziariamente e moralmente.
Siamo sicuri che "esiste un giudice a Berlino" e che la Commissione europea, garante dell´applicazione dei Trattati, riconoscerà l'incompatibilità delle scudo con le norme comunitarie."
Giommaria Uggias e Niccolò Rinaldi
IDV - CIVITAVECCHIA
IL CASO EUTELIA AGILE IN PARLAMENTO
La domanda
Antonio Di Pietro: Signor Presidente, signor Ministro, prima di parlare del caso Mahle e del caso che chiamerei Omega, più che Eutelia e Agile, vorrei partire da una domanda che la prego di rivolgere al Presidente del Consiglio. Egli ha dedicato tutto questo tempo a due prese di posizione: fino a ieri ha detto che non c'era crisi, oggi afferma che la crisi è già risolta. Vorremmo sapere quando e se c'è stata la crisi, secondo il Presidente del Consiglio.
Lo chiedo perché alle dichiarazioni di Berlusconi si frappone una realtà del tutto diversa, una realtà che oggi portiamo all'attenzione del Governo, con riferimento a due casi emblematici di insufficiente azione politica di Governo rispetto a come affrontare la crisi o come affrontare coloro che approfittano della crisi per farsi gli affari loro.
Certo, oggi dobbiamo parlare del caso Mahle e del caso Agile, ex Eutelia. Vorrei ricordare che stiamo parlando di una situazione in cui, su duemila dipendenti, 1.192 sono stati avviati in procedura di licenziamento. Tale è la questione Agile, ex Eutelia, che vorrei ricordare non con parole mie, ma con le parole che una signora del call center di una delle tante ditte controllate, la signora Letizia, mi ha pregato di rivolgere al Presidente del Consiglio. La signora dice: Faccio parte di un gruppo, Phonemedia, con 6.500 dipendenti in tutti Italia. All'improvviso qualcuno ci ha comunicato che siamo passati sotto il controllo di Omega e, dalla sera alla mattina, abbiamo appreso che sono state comprate altre società, per un totale di circa quindicimila dipendenti.
Tutte queste persone stanno andando a casa, tutti si trovano dalla sera alla mattina a dover prendere atto che, a monte delle varie società controllate, è esplosa un'azienda killer, la Omega Spa. L'abbiamo definita killer perché, in realtà, a questa azienda fanno capo due persone molto ben conosciute dagli uffici giudiziari. La prima è il dottor Claudio Marcello Massa, 62 anni, ligure, amministratore unico delle società Agile, Omega e Libeccio. Massa è stato coinvolto in altre vicende simili a quelle di Agile e Omega, di cui ha dato ampio conto alla stampa: nel 2001 quella per il crack della cartiera Arbatax e nel 2008 quella dello scandalo del parco marino Sea Park, in cui centinaia di lavoratori ex Ideal Standard hanno perso improvvisamente il posto. È stato anche amministratore unico di sei società, tutte dichiarate fallite, e ne ha liquidate dieci.
Il 18 settembre 2009, dopo aver acquistato la società, annuncia 1.300 esuberi, perché i lavoratori sono improduttivi.
Quando il Governo ha rapporti con queste persone non gli viene il dubbio che ha a che fare con persone che strumentalmente usano il nome di imprenditore ma, in realtà, sono dei malfattori? Perché poi nella dirigenza del gruppo Omega vi è anche un tale Sebastiano Liori, amministratore unico di quattro società, tutte quattro in fallimento. Anche egli è stato coinvolto nel crack Arbatax. Insieme a loro lavora un tale Giancarlo Tammi, consigliere di Omega, amministratore delegato di Omega Net e di altre due società nonché consigliere di UVT, ovviamente fallita.
Vorremmo anche sapere se vi siete accorti che nei giorni scorsi il deus (diciamo così) di questa congrega, un signore strano strano, Samuele Landi, con un coltello in bocca, con il berretto da marines e con 15 vigilantes ha fatto irruzione in una fabbrica del gruppo Agile e ha letteralmente malmenato gli occupanti, cercando di far sgombrare lo stabilimento. Abbiamo a che fare, cioè, con persone che nulla hanno a che fare con l'imprenditoria ma molto spesso hanno a che fare con la criminalità economica, che è pur sempre criminalità.
Ho voluto fare questa premessa perché, a differenza di quanto pensa il Presidente del Consiglio, credo che la crisi economica ci sia, ma che molti ci marciano sopra. Vorremmo ricordare, che a differenza di quanto ritiene il Presidente del Consiglio, la situazione è molto grave. Infatti, sono stati spesi 716 milioni di euro per la cassa integrazione guadagni dall'inizio dell'anno fino ad ottobre, con un importo che è più che quadruplicato rispetto al 2008. Il dato di crescita della cassa integrazione guadagni, rispetto all'anno precedente, è del 322 per cento, addirittura del 419 per cento per la sola cassa integrazione guadagni ordinaria. Infine, le domande di disoccupazione, nell'anno in corso, superano il milione per la prima volta in Italia. C'è un milione di persone senza lavoro!
Innumerevoli sono le aziende in crisi e innumerevoli sono i licenziamenti che da mesi e mesi attanagliano migliaia di lavoratori. Vi sono, poi, migliaia di lavoratori che si trovano in una situazione precaria e disperata, migliaia di famiglie che si ritrovano, in brevissimo tempo, senza lavoro, senza ammortizzatori sociali e, soprattutto, senza un valido motivo cui attribuire il nuovo stato di disoccupazione. A volte dipende dalla crisi ma a volte, come avete visto, dipende da atti criminali che si svolgono alle loro spalle. A volte, addirittura, per incredibili scelte aziendali come nel caso della Mahle. La Mahle non è un'azienda che sta male. La Mahle sta bene (scusate il gioco di parole). È una multinazionale che ha cinque stabilimenti in Italia. Sono andato a visitare alcuni di questi stabilimenti. Quello di Volvera produce valvole e ne fabbrica di ottime. Aveva delle commesse ottime. È stato fatto solo il gioco delle scatole cinesi e del comprare e vendere. Infatti, dovete tenere presente che la Mahle è una società che produce valvole per il gruppo FIAT che, a sua volta, riceve soldi dallo Stato per poter fare investimenti e per mandare avanti le proprie aziende. Questa società, semplicemente perché ad un certo punto viene acquistata da un tedesco, tratta gli operai come se fossero scarpe da magazzino. Decide di trasferire la produzione in un'altra realtà, pur avendo lo stabilimento, pur essendo in attivo, pur avendo commesse a non finire e pur avendo una produzione funzionante. Semplicemente, decide di andare in Polonia perché sta meglio lì e, come se gli operai fossero merce da magazzino, si mette in liquidazione la società che, come ho già detto, intanto ha potuto funzionare con la FIAT in quanto, tutti insieme nel gruppo hanno preso anche i nostri soldi, quelli dei cittadini italiani.
Cosa intendo chiedere? Intendo chiedere al Governo cosa intenda fare con riferimento a realtà in cui si interviene per finanziarle, agevolarle, introducendo incentivi per la rottamazione e quant'altro. Rispetto a tutto questo, fino a quando possiamo permettere solo la logica del profitto, dell'aprire e del chiudere attività imprenditoriali e lo Stato si fa carico di venire incontro e poi, per ragioni di protagonismo imprenditoriale, semplicemente cessano l'attività, trattando le persone come se fossero delle cose?
Non è la prima multinazionale che abbandona Torino, anche la Dormer di Givoletto lo ha fatto nel 2009, a dimostrazione di come in realtà manchi una politica governativa di tutela, a nostro avviso, e chiediamo invece in questo senso cosa voglia fare il Governo in termini di tutela del posto di lavoro e non soltanto dell'aspetto finanziario e aziendale.
Infatti, a noi che l'azienda FIAT compri una grande casa alla Chrysler in America ci interessa poco se poi il lavoro viene svolto in America ed in Italia, anzi, i posti di lavoro diminuiscono perché la filiera di produzione si trasferisce in America. Non mi pare che facciamo i grandi interessi italiani.
Così avviene anche nel caso di Eutelia. In merito le devo dire una cosa, signor Ministro: io personalmente (e che per farlo io non è cosa da poco) ho telefonato e ho avuto rapporti diretti con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Letta - che devo ringraziare e ringrazio pubblicamente in questa sede per essersi messo a disposizione di un'opposizione che, insomma, non gliela manda a dire a questo Governo - per chiedere formalmente la costituzione di un tavolo per la vicenda Eutelia-Agile.
Qui non possiamo farci prendere in giro da un gruppo di persone che alla fine non sappiamo nemmeno più chi sono, perché tra una cessione d'azienda e l'altra, tra un trasferimento d'azienda e l'altro, cambiando 3 mila nomi, adesso vi è solo una cosa certa: che da luglio tutto va a finire a due fondi immobiliari inglesi, ossia Anglo Corporate Management e Rest Form Ltd.
Chi sono? Ho parlato con il sottosegretario Letta ed egli mi ha detto che ho ragione, ma che neanche loro riescono a capire chi sono. Ma allora mandiamo i carabinieri, perché il problema non è più soltanto di persone che stanno andando incontro alla disoccupazione. Sono spariti e non si sa più che fine abbiano fatto i TFR di anni e anni di lavoro; stiamo parlando di milioni e milioni di euro che gli operai hanno già pagato.
Quando facevo il pubblico ministero mi ricordo di tanti pseudo-imprenditori che compravano aziende in crisi (facevano di mestiere proprio questo), compravano attività e passività; le attività se le mangiavano e andavano a finire in un trust all'inglese, mentre le passività rimanevano tutte lì, sulle spalle dei lavoratori, sulle spalle del Governo e sulle spalle dell'erario pubblico.
Allora, la domanda che facciamo è molto chiara ed interviene su due fronti: il primo, in particolare fa riferimento specifico a queste vicende Eutelia-Agile. Chiediamo formalmente che il Governo domani mattina convochi le parti sociali e per la prima volta riceva i lavoratori di Agile ed i lavoratori di ex Eutelia. Li riceva (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)!
Per la prima volta prenda queste persone e le assicuri alla giustizia se non si presentano perché si dovevano presentare lunedì. Non si sono presentati, hanno assicurato - non solo a me, ma al Governo stesso - che entro lunedì avrebbero pagato gli stipendi e invece gli stipendi non li pagano ancora.
Soprattutto il Governo risponda alla domanda su dove sono i fondi del TFR: li sequestri! Io ho fatto un esposto alla procura della Repubblica per questo, perché ritengo che ci siano gli estremi per la procura della Repubblica di intervenire. Certo, è il Governo che deve intervenire prima, per salvaguardare le maestranze, perché non si deve buttare via il bambino con l'acqua sporca attraverso soltanto un'indagine penale che chiude un'azienda che invece può produrre bene.
Vorrei ricordare a me stesso e a tutti che stiamo parlando di aziende di altissima professionalità, di aziende che producono software, che producono in ingegneria, di persone che hanno una tale professionalità, un tale avviamento e un tale know-how che a perderli non ci rimettono soltanto quei 10 mila lavoratori che adesso sono andati a finire sotto il cappello di Omega e che invece provengono da Bull, da Olivetti, da Phonemedia, ma è tutta l'economia italiana che ne risente. Infatti, come le ricostruisci 15 mila professionalità, 15 mila persone che sanno lavorare e sanno fare di tutto e di più?
Io mi ricordo - concludo, signor Presidente - quando ero magistrato si avviava l'informatica nei Ministeri, parlavamo con i tecnici di Bull, di Olivetti. Oggi immaginiamo tutti questi che vengono diretti e guidati da persone che di mestiere fanno i «fallimentatori» di società, inventiamoci questo nome! Ecco, mi pare poco. Chiedo al Governo che cosa vuole fare a riguardo (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).
La risposta
Paolo Romani (Viceministro dello sviluppo economico): Signor Presidente, rispondiamo alle interpellanze congiuntamente in quanto le stesse vertono sostanzialmente sul medesimo argomento.
Il Ministero dello sviluppo economico è a conoscenza e ha seguito con grande attenzione le vicende della società in questione che attualmente sta affrontando un periodo di grave criticità. La società Eutelia è stata costituita nel 1999 e ha come oggetto sociale la fornitura di servizi per lo sviluppo, la realizzazione, la prestazione e la distribuzione di servizi via Internet ed altri mezzi informatici e di telecomunicazione.
Il presidente del consiglio di amministrazione della società Eutelia ha rappresentato le difficoltà produttive e gestionali, con particolare riferimento al settore IT (information technology) nell'ambito di interlocuzioni con il Ministero dello sviluppo Economico.
L'Azienda, dopo aver dichiarato la volontà di dismissione del ramo IT, nonostante l'invito del nostro Ministero a ricercare soluzioni alternative, contestualmente ha dato luogo al passaggio di proprietà del ramo denominato Agile. Peraltro, la citata cessione con la quale veniva previsto il trasferimento dei lavoratori da Eutelia ad Agile, fu valutata positivamente anche dalle organizzazioni sindacali di categoria.
Tale operazione, pertanto, è avvenuta al di fuori delle sedi governative e senza che fosse data alcuna comunicazione alle istituzioni.
Le conseguenze di queste azioni sono evidenti: non sono stati pagati gli stipendi dei lavoratori, le commesse stanno scemando e vi è una notevole tensione sociale in tutto il territorio nazionale, che in alcuni punti è sfociato in fatti gravi.
Il Ministero dello sviluppo economico ha, in più occasioni, esercitato il tentativo di avviare un confronto sulle prospettive industriali, purtroppo con scarsi risultati, sia per il continuo mutamento degli interlocutori imprenditoriali, sia per la tensione generata dal mancato pagamento delle retribuzioni. Il nostro Ministero condivide, pertanto, le preoccupazioni degli onorevoli interpellanti e sta facendo e farà il possibile per sviluppare tutte le iniziative più adeguate, finalizzate a risolvere positivamente la vicenda, pur nella consapevolezza di non avere adeguati mezzi per poter incidere su politiche che rientrano nelle scelte di autonomia aziendale.
Si fa presente, inoltre, che gli uffici competenti del Ministero dello sviluppo economico sono pronti ad attivare con la massima rapidità, ove ne ricorrano i requisiti, la procedura di amministrazione straordinaria. In queste ultime ore, il Governo si sta attivando per riportare il confronto ad un livello accettabile, evitando che le tensioni, oggettivamente generate da comportamenti gravi della direzione aziendale, creino situazioni non più controllabili.
Relativamente, invece, alla situazione dell'azienda Mahle, si comunica che il management ha avviato lo scorso 24 settembre la procedura di mobilità per tutti i dipendenti del sito di Volvera. In tale impianto si producevano valvole per la Aftermarket. La capacità produttiva era di due milioni di pezzi all'anno, ma nell'ultimo anno si è ridotta del 50 per cento.
Il Ministero dello sviluppo economico è a conoscenza degli incontri tenutisi presso l'assessorato al lavoro della regione Piemonte. In tale sede, l'azienda ha confermato la disponibilità a ricorrere a strumenti di ammortizzazione sociale alternativi alla mobilità e a valutare la possibilità di ricollocare i lavoratori presso altre unità produttive del gruppo in Italia. Il Ministero dello sviluppo economico conferma la propria disponibilità a convocare un tavolo qualora le parti lo richiedano.
La replica
Antonio Di Pietro: Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, quando lei ha finito di parlare mi è venuto spontaneo di dire: «Tutto qui? E la Madonna!».
Non so se lei, onorevole Romani, sa bene di cosa stiamo parlando, perché ci ha letto una letterina che non ci azzecca proprio niente con il problema reale (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)! Stiamo parlando di migliaia di posti di lavoro e di migliaia di persone che attendono una risposta dal Governo e dal Presidente del Consiglio! La prima cosa che noi chiediamo in realtà lei ce l'ha detta e gli e ne diamo atto: Noi non sappiamo niente, non c'azzecchiamo niente e non sappiamo fare niente. Allora, questa è una patata bollente che deve gestire la Presidenza del Consiglio, perché voi non avete né la conoscenza, né la competenza, né la capacità (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)!
Non so se vi rendete conto: abbiamo a che fare - lo ripeto per l'ennesima volta - con migliaia di persone, che in anni e anni di lavoro hanno acquisito una capacità incredibile in materia di tecnologia e di informatica. Sono persone che gestiscono il software, l'informatica, della Camera dei deputati, del Ministero dell'interno, dei servizi segreti, della giustizia, di tutte le istituzioni italiane, che, tra passacarte e trasferimenti di aziende, stiamo dando tutto questo in mano a dei delinquenti (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori), che di mestiere, come già altre volte è stato dimostrato, fanno una sola cosa: comprano delle società in difficoltà, si fregano il TFR dei lavoratori, si fregano la proprietà immobiliare, si fregano i soldi, se li portano all'estero e poi lasciano con un cerino in mano - non è un cerino questo - i lavoratori italiani!
Non è possibile una cosa del genere, non è possibile che il Governo stia lì a guardare. Come ha detto lei, sottosegretario, se i lavoratori della Mahle lo chiedono, facciamo un tavolo. Ma come lo chiedono? Stanno lì in mezzo all'acqua a fare sciopero, sono lì disperati. Che devono fare? Come lo devono chiedere? In ginocchio? Ci sono lavoratori che chiedono aiuto a questo Governo.
Allora, gliene dico un'altra: mentre voi non sapete cosa fare, il Parlamento - lo diciamo all'opinione pubblica che ci ascolta - nelle prossime settimane è impegnato nella prescrizione per i reati di Berlusconi. Il Parlamento non può occuparsi di fare leggi e provvedimenti in materia finanziaria, imprenditoriale e di rilancio dell'attività produttiva. Siamo impegnati, dobbiamo occuparci della prescrizione e dei procedimenti di Berlusconi! Allora, sappia che, mentre voi state bruciando Roma, Sagunto viene espugnata. Sappia che non vi è solo l'Agile, ex Eutelia, non solo la Mahle, ma anche: la FIAT di Termini Imerese, dove 2 mila lavoratori se ne stanno andando a casa; la FIAT di Pomigliano, che occupa almeno 8 mila lavoratori; la Dalmine di Livorno e di Bergamo, che vuole ridurre gli organici di 1.300 lavoratori; i cantieri navali di Castellammare di Stabia e di Palermo, dove sono 4 mila i lavoratori che vanno a casa; il settore chimico di Porto Marghera e di Porto Torres in Sardegna, con altre migliaia di lavoratori; la Bacchi-Iveco di Brescia, che intende chiudere produzioni tuttora competitive; la Merloni di Fabriano, con importanti insediamenti anche in altre regioni, che occupano attualmente 3 mila e indirettamente 5 mila dipendenti, e li vuole chiudere; i quattrocento lavoratori della Manuli di Ascoli Piceno, e così via. Abbiamo a che fare con centinaia di migliaia di lavoratori che non arrivano a fine mese!
Vogliamo sapere da voi qual è il piano lavoro, il piano impresa, che cosa intende fare il Governo in materia di economia. Una delle cose di cui più accusano noi dell'Italia dei Valori è che ci occupiamo troppo di giustizia. Ebbene, lo dico al Presidente Berlusconi: non vorrei più parlare di giustizia. Non vorrei parlarne più, vorrei parlare un po' di lavoro, di occupazione, di sviluppo economico (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)! Non è possibile che ci dobbiamo occupare sempre di giustizia, perché voi solo questi provvedimenti portate in Parlamento. Ma se risolveste i problemi della giustizia saremmo pure contenti. Addirittura, l'unica cosa che cominciava a funzionare in materia giudiziaria era l'informatica della Bull e della Olivetti, quella degli operai della ex Eutelia, e adesso li mandiamo a casa! Così fate i processi più brevi, togliendo l'informatizzazione ai tribunali? Ma come funziona questa cosa? Viene da piangere, è ridicolo, se non fosse drammatico.
Vi rendete conto che non è tanto il lavoratore in sé, ma si perdono commesse. Se stiamo fermi, aspettando che intervenga la mano di Dio, intanto le commesse sono vinte da altri. Chissà dove vanno a finire e si deve ricominciare tutto daccapo. Non solo: si perdono professionalità. Intendo dire che, ad esempio, il lavoro di mio padre lo poteva fare qualche altra persona, perché zappava la terra, ma questi lavoratori hanno una professionalità e devono essere competitivi in ogni momento.
Il software si aggiorna di giorno in giorno, e dopo tre mesi è già vecchio!
Sottolineo il rapporto fiduciario che ci dev'essere tra chi fa questo lavoro e la pubblica amministrazione: ma voi immaginate, dare in appalto la gestione informatica dei servizi segreti del Ministero dell'interno ad aziende che vengono comprate non si sa da chi? Anzi, si sa: con dei casellari giudiziari e dei procedimenti penali a carico che Dio ce la manda! Ma come si fa ad aspettare che ci chiamino? Ma come aspettare che ci chiamino?
Ecco perché dico che c'è da porre un problema enorme di compatibilità di questo Governo con la crisi economica italiana: la crisi economica c'è a livello mondiale, ma che cosa fa questo Governo?
Mi faccia allora un favore, signor Ministro, dica al Presidente del Consiglio, appena si fa vedere qualche volta, glielo dica, tra un ritorno dalla dacia e l'altro: abbiamo bisogno di concentrare le poche risorse disponibili non sul ponte sullo Stretto di Messina, non per fare l'autostrada in Libia (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori), non per sistemare un po' di lobby finanziarie; abbiamo bisogno che quei soldi, in un piano vero di rilancio del Paese, un piano economico, fiscale e finanziario, servano innanzitutto per raddoppiare la cassa integrazione da 52 a 104 settimane, perché fra poco anche quelli in cassa integrazione dovranno andare a casa, perché non hanno più niente! Per alleggerire il carico IRPEF sui redditi bassi e medi, perché non c'è niente da fare: se non togliamo almeno l'imposta sulle tredicesime, come pensate che si rilancino i consumi?
Per allentare il Patto di stabilità sulla spesa delle province e dei comuni, quelli che almeno sono in regola! Per pensare alle piccole imprese e all'artigianato, che almeno pagano l'IVA, quando riscuotono la fattura! Questa si chiama estorsione statale, prendersi l'IVA senza prendere la fattura! Che almeno per le piccole e medie imprese vi sia la deduzione del costo dei lavori dall'imponibile IRAP! Che almeno i lavori a tempo indeterminato siano più convenienti per l'impresa, perché si pagano meno tasse e quindi l'imprenditore è in qualche modo portato al lavoro a tempo indeterminato invece che al lavoro precario!
Insomma, c'è bisogno di intervenire per fare in modo che l'impresa sana, l'impresa pulita possa essere competitiva e possa svolgere il proprio lavoro, e che il lavoratore si possa sentire protetto, tutelato da questo Stato: che non è una merce di magazzino «usa e getta», come vogliono fare quelli della Mahle. Che c'è bisogno in definitiva - e concludo, signor Presidente - di un Governo che metta al primo posto coloro che vogliono portare avanti questo Paese, non gli speculatori, non gli evasori fiscali, non quelli beneficiati da questa nuova invenzione, che chiamano processo breve ed è invece prescrizione assicurata, per cui l'Italia va in mano ai malfattori; ma capisco che così facendo dovremmo cominciare da qui dentro, dal Governo, a toglierne tanti e mandarli a casa (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori - Congratulazioni).
LINK DI RIFERIMENTO: http://www.antoniodipietro.com/2009/11/caso_eutelia.html
IDV - CIVITAVECCHIA
martedì 10 novembre 2009
IL CROCEFISSO, SIMBOLO DI UNIONE E NON DI DIVISIONE
Negli ultimi giorni, nei principali notiziari nazionali, si è discusso riguardo la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’uomo di Strasburgo intenzionata a rimuovere i crocefissi dalle scuole. Bisogna fare una netta distinzione tra scuole pubbliche e scuole private: nelle scuole gestite da suore o preti è giusto e doveroso che vi siano simboli religiosi, ma nelle scuole pubbliche statali vi possono essere persone di “credo” differente, a prescindere dalla nazionalità, perciò credo sia giusto che non vi siano simboli religiosi oppure che vi siano i simboli di tutte le religioni. Anche se non dobbiamo dimenticare il valore morale-universale del crocefisso, credo che non sia indispensabile la sua presenza nelle scuole statali, dato che l’Italia è uno Stato laico. Penso sarebbe necessario che durante l’ora di religione, proprio per colmare quel “vuoto” che potrebbe creare questa sentenza, si studiasse l’importanza che la cultura religiosa, qualunque essa sia, riveste nelle società contemporanee, allora sì che i valori morali ed etici rimarrebbero vivi nella memoria dei ragazzi.
La cosa che fa rimanere perplessi è la netta presa di posizione di molti politici italiani riguardo questa sentenza, come se volessero far credere che nella loro vita privata sono in perfetta linea con il Vangelo e invece hanno a cuore solamente i voti di quella parte clericale che si reca alle urne.
Concludo dicendo che trovo di gran lunga necessario che ci si occupi di cose più importanti, dato che queste sono le tipiche notizie che hanno la sola funzione di spostare l’attenzione dei cittadini dai reali problemi che il nostro bel paese sta attraversando.
Sara Fresi – Responsabile Cittadina Donne Italia dei Valori Civitavecchia
La cosa che fa rimanere perplessi è la netta presa di posizione di molti politici italiani riguardo questa sentenza, come se volessero far credere che nella loro vita privata sono in perfetta linea con il Vangelo e invece hanno a cuore solamente i voti di quella parte clericale che si reca alle urne.
Concludo dicendo che trovo di gran lunga necessario che ci si occupi di cose più importanti, dato che queste sono le tipiche notizie che hanno la sola funzione di spostare l’attenzione dei cittadini dai reali problemi che il nostro bel paese sta attraversando.
Sara Fresi – Responsabile Cittadina Donne Italia dei Valori Civitavecchia
lunedì 9 novembre 2009
UN PUNTO DELL'ECONOMIA: 3. I COSTI DELLA GIUSTIZIA.
AUTORE: Sandro Trento.
Vorrei parlare oggi delle conseguenze negative che ha nell'economia italiana l'inefficienza della Giustizia.
L'economia italiana non cresce da molti anni, e questo è riconducibile ad una serie di ragioni strutturali che vanno al di là della crisi in corso negli ultimi due anni. Ci son ragioni legate ad una mancanza di un adeguata struttura di infrastrutture, alla scarsa attività di innovazione che viene svolta dalle imprese o dalle università, e in generale c'è un problema di inefficienza del settore pubblico.
In Italia ci sono un numero eccessivo di leggi. Si contano complessivamente 21700 leggi, mentre in Germania ce ne sono soltanto 4500. Questo eccesso di norme crea molte difficoltà, dove è difficile orientarsi e su quale comportamento seguire. Se andiamo a guardare la natura di queste leggi, spesso prevedono regole molto vincolanti per chi vuole fare impresa. I costi amministrativi legati a queste norme hanno un elevatezza significativa, e costituiscono una barriera per chi vuole avviare un impresa.
Nella classifica dei paesi sulla base della qualità della regolamentazione pubblica, stilata dalla Banca Mondiale, l'Italia è posizionata al 65° posto. Per avere un idea, i Paesi dell'Ocse, i paesi europei e più avanzati, sono in media intorno al 27° posto. Noi siamo al 65° mentre i nostri concorrenti al 27°.
Per recuperare un credito commerciale in Italia ci vogliono in media, secondo una stima fatta nel 2008, 1210 giorni. Nei paesi Ocse in media ci vogliono 463 giorni. Questo per dare un idea di quanto sono lunghi i tempi della giustizia in Italia.
Questi lunghi tempi di attesa fanno si che anche quando qualcuno ha palesemente torto in partenza preferisca farsi citare in giudizio confidando nel fatto che i tempi per arrivare ad una sentenza sono talmente lunghi, sufficienti per trovare un escamotage per farla franca.
I tempi lunghi della giustizia accrescono di fatto la litigiosità degli italiani. Siamo un Paese molto litigioso, che frequentemente finisce in tribunale perché tempi cosi lunghi incentivano comportamenti illeciti. Coloro che commettono atti illeciti confidano nel fatto che ci verrà molto tempo per arrivare ad una sentenza da parte del tribunale.
Tempi lunghi creano un circolo vizioso, dove aumenta la domanda di giustizia che finisce per ingolfare i tribunali stessi. Sul lato dell'offerta ci sono delle considerazioni da fare. Il numero dei magistrati non è distribuito in modo efficiente sul territorio. C'è un eccesso di magistrati in tribunali nei quali il numero dei casi è ridotto, mentre scarseggiano nei tribunali dove il numero delle cause pendenti è elevato. Scopriamo che c'è, inoltre, un grado di disparità di efficienza dei nostri tribunali: ci sono tribunali come quelli di Trento, Torino e Bolzano, dove riescono a giungere a sentenze in tempi molto rapidi, al contrario di altri tribunali come quelli di Messina e Taranto.
Perché ci occupiamo di inefficienza della Giustizia? Una Giustizia inefficiente finisce per creare incertezza sui contratti.
Un'economia di mercato si basa essenzialmente sui contratti tra gli operatori, e quando i tempi della Giustizia sono particolarmente lunghi, e si deve aspettare tantissimo per capire chi ha torto e chi ragione, si crea un incertezza sul modo di comportarsi di fronte alla controparte.
L'inefficienza della Giustizia influisce sul comportamento dei finanziatori. Pensiamo alle banche: è chiaro che in un Paese nel quale per recuperare un credito, o un mutuo finito male, ci vogliono molti anni, le banche finiscono per attuare comportamenti molto prudenti, al contrario delle banche dei Paesi nei quali la giustizia è molto più rapida. Questo comporta costi maggiori del credito e dei mutui, più alti rispetto ai costi degli altri Paesi.
Questa inefficienza della Giustizia incentiva comportamenti illegali, anche sul lavoro. Si assumono lavoratori in nero sapendo che, anche se si viene scoperti, passeranno molti anni prima di essere puniti. Nelle compravendite si crea un rischio frequente di essere truffati perché si sa che tanto la Giustizia è molto lenta.
Si riducono le opportunità di scambi via Internet. Il nostro Paese ha un livello di commercio elettronico molto più basso di altri Paesi avanzati: se qualcuno viene truffato in Internet dovrà aspettare tantissimo tempo per arrivare ad una decisione risarcitoria.
L'inefficienza della Giustizia si traduce in maggiori costi per le imprese e per gli operatori. Questi costi, aggiuntivi legati all'inefficienza della Giustizia, vengono stimati a 2,3 miliardi di euro l'anno, quasi 400 mila euro all'anno per ogni impresa attiva all'anno.
Bisognerebbe adottare una strategia di razionalizzazione dei tribunali, accorpando tribunali di dimensione troppo ridotta, concentrando le risorse in tribunali dove il carico di lavoro è significativo, ridistribuendo magistrati sul territorio in maniera più efficiente. Aumentare gli organici della magistratura, assumere un maggior numero di magistrati, e immaginare una specializzazione dei tribunali. Ad esempio, sui temi dell'economia è pensabile che si creino dei tribunali ad hoc con dei magistrati specializzati sui temi dell'economia e che siano in grado di giungere con maggiore rapidità a quelle decisioni che stanno a cuore agli operatori economici.
Un'altra proposta è quella che vede l'istituzione di un manager organizzativo, una persona altamente qualificata che sia in grado di organizzare il carico di lavoro all'interno del tribunale, non necessariamente un magistrato.
Altro elemento importante è l'adozione di tecnologie telematiche. E' ora che i nostri tribunali entrino nel 21° secolo, utilizzando il computer, internet e i processi telematici. Anche questo è un modo per accelerare i tempi della Giustizia.
Che cosa fa il Governo? Nulla, si è piuttosto preoccupato di lavorare sul lodo Alfano, un provvedimento che voleva sospendere i processi per il capo del governo, una questione lontanissima dall'inefficienza dei nostri tribunali e che non ha nulla a che vedere con l'emergenza che il nostro Paese sperimenta tutti i giorni.
Il Governo sta lavorando ad una proposta di riforma della Giustizia e della magistratura che prevede di sottoporre i pubblici ministeri al controllo del governo stesso. Anche in questo caso non c'è nulla che fa riferimento all'efficienza della giustizia, ma si intende sottoporre i pubblici ministeri ad un maggior controllo dell'esecutivo probabilmente per proteggere quei politici corrotti che sono oggetto di processi da parte della magistratura.
L'economia italiana, le imprese italiane e i cittadini italiani avrebbero bisogno di un grande progetto di riforma della giustizia che consenta di ridurre i costi amministrativi connessi e consentano l'economia italiana di crescere a ritmi più sostenuti.
IDV - CIVITAVECCHIA
Vorrei parlare oggi delle conseguenze negative che ha nell'economia italiana l'inefficienza della Giustizia.
L'economia italiana non cresce da molti anni, e questo è riconducibile ad una serie di ragioni strutturali che vanno al di là della crisi in corso negli ultimi due anni. Ci son ragioni legate ad una mancanza di un adeguata struttura di infrastrutture, alla scarsa attività di innovazione che viene svolta dalle imprese o dalle università, e in generale c'è un problema di inefficienza del settore pubblico.
In Italia ci sono un numero eccessivo di leggi. Si contano complessivamente 21700 leggi, mentre in Germania ce ne sono soltanto 4500. Questo eccesso di norme crea molte difficoltà, dove è difficile orientarsi e su quale comportamento seguire. Se andiamo a guardare la natura di queste leggi, spesso prevedono regole molto vincolanti per chi vuole fare impresa. I costi amministrativi legati a queste norme hanno un elevatezza significativa, e costituiscono una barriera per chi vuole avviare un impresa.
Nella classifica dei paesi sulla base della qualità della regolamentazione pubblica, stilata dalla Banca Mondiale, l'Italia è posizionata al 65° posto. Per avere un idea, i Paesi dell'Ocse, i paesi europei e più avanzati, sono in media intorno al 27° posto. Noi siamo al 65° mentre i nostri concorrenti al 27°.
Per recuperare un credito commerciale in Italia ci vogliono in media, secondo una stima fatta nel 2008, 1210 giorni. Nei paesi Ocse in media ci vogliono 463 giorni. Questo per dare un idea di quanto sono lunghi i tempi della giustizia in Italia.
Questi lunghi tempi di attesa fanno si che anche quando qualcuno ha palesemente torto in partenza preferisca farsi citare in giudizio confidando nel fatto che i tempi per arrivare ad una sentenza sono talmente lunghi, sufficienti per trovare un escamotage per farla franca.
I tempi lunghi della giustizia accrescono di fatto la litigiosità degli italiani. Siamo un Paese molto litigioso, che frequentemente finisce in tribunale perché tempi cosi lunghi incentivano comportamenti illeciti. Coloro che commettono atti illeciti confidano nel fatto che ci verrà molto tempo per arrivare ad una sentenza da parte del tribunale.
Tempi lunghi creano un circolo vizioso, dove aumenta la domanda di giustizia che finisce per ingolfare i tribunali stessi. Sul lato dell'offerta ci sono delle considerazioni da fare. Il numero dei magistrati non è distribuito in modo efficiente sul territorio. C'è un eccesso di magistrati in tribunali nei quali il numero dei casi è ridotto, mentre scarseggiano nei tribunali dove il numero delle cause pendenti è elevato. Scopriamo che c'è, inoltre, un grado di disparità di efficienza dei nostri tribunali: ci sono tribunali come quelli di Trento, Torino e Bolzano, dove riescono a giungere a sentenze in tempi molto rapidi, al contrario di altri tribunali come quelli di Messina e Taranto.
Perché ci occupiamo di inefficienza della Giustizia? Una Giustizia inefficiente finisce per creare incertezza sui contratti.
Un'economia di mercato si basa essenzialmente sui contratti tra gli operatori, e quando i tempi della Giustizia sono particolarmente lunghi, e si deve aspettare tantissimo per capire chi ha torto e chi ragione, si crea un incertezza sul modo di comportarsi di fronte alla controparte.
L'inefficienza della Giustizia influisce sul comportamento dei finanziatori. Pensiamo alle banche: è chiaro che in un Paese nel quale per recuperare un credito, o un mutuo finito male, ci vogliono molti anni, le banche finiscono per attuare comportamenti molto prudenti, al contrario delle banche dei Paesi nei quali la giustizia è molto più rapida. Questo comporta costi maggiori del credito e dei mutui, più alti rispetto ai costi degli altri Paesi.
Questa inefficienza della Giustizia incentiva comportamenti illegali, anche sul lavoro. Si assumono lavoratori in nero sapendo che, anche se si viene scoperti, passeranno molti anni prima di essere puniti. Nelle compravendite si crea un rischio frequente di essere truffati perché si sa che tanto la Giustizia è molto lenta.
Si riducono le opportunità di scambi via Internet. Il nostro Paese ha un livello di commercio elettronico molto più basso di altri Paesi avanzati: se qualcuno viene truffato in Internet dovrà aspettare tantissimo tempo per arrivare ad una decisione risarcitoria.
L'inefficienza della Giustizia si traduce in maggiori costi per le imprese e per gli operatori. Questi costi, aggiuntivi legati all'inefficienza della Giustizia, vengono stimati a 2,3 miliardi di euro l'anno, quasi 400 mila euro all'anno per ogni impresa attiva all'anno.
Bisognerebbe adottare una strategia di razionalizzazione dei tribunali, accorpando tribunali di dimensione troppo ridotta, concentrando le risorse in tribunali dove il carico di lavoro è significativo, ridistribuendo magistrati sul territorio in maniera più efficiente. Aumentare gli organici della magistratura, assumere un maggior numero di magistrati, e immaginare una specializzazione dei tribunali. Ad esempio, sui temi dell'economia è pensabile che si creino dei tribunali ad hoc con dei magistrati specializzati sui temi dell'economia e che siano in grado di giungere con maggiore rapidità a quelle decisioni che stanno a cuore agli operatori economici.
Un'altra proposta è quella che vede l'istituzione di un manager organizzativo, una persona altamente qualificata che sia in grado di organizzare il carico di lavoro all'interno del tribunale, non necessariamente un magistrato.
Altro elemento importante è l'adozione di tecnologie telematiche. E' ora che i nostri tribunali entrino nel 21° secolo, utilizzando il computer, internet e i processi telematici. Anche questo è un modo per accelerare i tempi della Giustizia.
Che cosa fa il Governo? Nulla, si è piuttosto preoccupato di lavorare sul lodo Alfano, un provvedimento che voleva sospendere i processi per il capo del governo, una questione lontanissima dall'inefficienza dei nostri tribunali e che non ha nulla a che vedere con l'emergenza che il nostro Paese sperimenta tutti i giorni.
Il Governo sta lavorando ad una proposta di riforma della Giustizia e della magistratura che prevede di sottoporre i pubblici ministeri al controllo del governo stesso. Anche in questo caso non c'è nulla che fa riferimento all'efficienza della giustizia, ma si intende sottoporre i pubblici ministeri ad un maggior controllo dell'esecutivo probabilmente per proteggere quei politici corrotti che sono oggetto di processi da parte della magistratura.
L'economia italiana, le imprese italiane e i cittadini italiani avrebbero bisogno di un grande progetto di riforma della giustizia che consenta di ridurre i costi amministrativi connessi e consentano l'economia italiana di crescere a ritmi più sostenuti.
IDV - CIVITAVECCHIA
lunedì 2 novembre 2009
UN PUNTO DELL'ECONOMIA: 3. IL DEBITO PUBBLICO.
AUTORE: Sandro Trento.
Oggi per la video-rubrica "Un Punto dell’Economia" parleremo di rapporto tra debito pubblico e Pil e dell’insostenibilità della situazione italiana.
Il debito pubblico oggi è un indice mostruoso di cui i cittadini ignorano le conseguenze.
Per la popolazione il Golem del debito è lì, sanno che “è un problema” ma non sanno come può cambiare le sorti dell’Italia e sconvolgere le loro quotidianità.
Oggi per la video-rubrica "Un Punto dell’Economia" parleremo di rapporto tra debito pubblico e Pil e dell’insostenibilità della situazione italiana.
Il debito pubblico oggi è un indice mostruoso di cui i cittadini ignorano le conseguenze.
Per la popolazione il Golem del debito è lì, sanno che “è un problema” ma non sanno come può cambiare le sorti dell’Italia e sconvolgere le loro quotidianità.
Non sanno, perché nessuno vuol approfondire e scendere nel dettaglio: nessuno vuol avvilire un termine da professionisti del mestiere, da competenti finanzieri e di cui parlano solo i notabili dell’economia mondiale. Falso, il debito pubblico è una priorità dell’operaio, del lattaio, del commerciante, della massaia, il debito pubblico deve far paura, può evocare l’esclusione dall’euro-zona come l’assalto alla diligenza argentina, come il blocco dei conti correnti o un più intangibile declino dei servizi e della qualità dello Stato, meno autobus, sanità scadente, l’assenza dell’informatica nelle scuole d’infanzia, la chiusura delle scuole nei piccoli borghi, l’aumento delle tariffe dovute a privatizzazioni di beni pubblici. Buona visione.
Pubblico di seguito anche una lettera aperta al Presidente della Confederazione Nazionale dell’Artigianato, della Piccola e Media Impresa, Ivan Malavasi scritta a quattro mani con Antonio Di Pietro.
In breve l’amara conclusione circostanziata nel testo che sotto riporto: questo governo, per l’ossatura e la struttura portante del sistema economico italiano, la piccola e media imprenditoria, non ha fatto nulla di nulla se non accelerare la chiusura e il fallimento delle attività per migliaia di realtà.
Caro Presidente Malavasi,
nella sua Relazione del 22 ottobre, lei ha richiamato con forza l’attenzione sul ruolo fondamentale che le piccole e medie imprese ricoprono nell’economia italiana. Condividiamo pienamente l’idea che 4 milioni e 400 mila piccole imprese e gli 11 milioni e 800 mila lavoratori che in esse sono occupati costituiscano la vera ricchezza del Paese.
Partire dalla Piccola Impresa è il motto al quale lei vorrebbe che fosse ispirata l’azione di politica economica, perché se si affrontano e risolvono i problemi dei piccoli imprenditori si affrontano e risolvono gran parte dei problemi dell’Italia.
La sua Relazione, Presidente Malavasi, riassume con efficacia i nodi che vanno assolutamente sciolti per evitare che la crisi si trasformi in crollo catastrofico.
- Uno Stato più snello: è assurdo e troppo costoso “avere nove livelli di decisione politica (circoscrizioni, comuni, associazioni di comuni, comunità montane, aree metropolitane, province, regioni, Stato, Europa)” (pag.9)
- Basta con i monopoli, soprattutto se originati da società pubbliche, come i servizi pubblici locali (pag. 11)
- Occorre riformare la Pubblica Amministrazione (pag. 12)
- Meno norme formali e più controlli sostanziali (pag.12)
- Ridurre il carico fiscale sulle imprese, iniziando dall’IRAP (pag.12)
- Basta con un fisco iniquo che periodicamente ricorre a forme di condono su redditi e capitali sfuggiti all’accertamento (p.12)
- Accrescere l’efficienza della giustizia (“attendere in media, come devono fare gli imprenditori italiani, quasi tre anni per vedere concluso un processo civile di primo grado, sostenere costi per oltre 1 miliardo di euro solo per il ritardo della riscossione dei crediti” sono fattori che rendono meno competitive le imprese) (pag.13)
- Impedire che il 25 per cento della nostra ricchezza nazionale sia prodotta da un’economia sommersa, con tutti gli effetti di concorrenza sleale che ne derivano per le imprese oneste (pag. 13)
- Dall’emergenza deve nascere un nuovo sistema di tutele sociali, contrattuali, legislative (pag. 25)
- Dalla cassa integrazione in deroga si deve passare alla riforma degli ammortizzatori sociali (pag. 25)
- Serve un’azione per favorire la patrimonializzazione delle imprese e una più ampia deducibilità degli interessi passivi (pag. 26).
- Va riattivata la misura automatica di sostegno delle spese in ricerca e innovazione riservata alle piccole imprese (pag. 26)
- Va all’allargato l’ambito di applicazione del regime dell’IVA per cassa (pag. 26)
- Servono tempi di pagamento della Pubblica amministrazione che siano rapidi.
Ebbene alle sue domande non c’è stata risposta. Il Governo anzi ha fatto la sua solita politica degli annunci: si è annunciato il taglio e la morte dell’IRAP ma nell’arco di due giorni tutto è svanito come una bolla di sapone.
Berlusconi risponde agli artigiani e alle imprese con le promesse per nascondere il totale vuoto dell’azione di Governo per le piccole e medie imprese.
Il Governo non ha fatto nulla per le piccole imprese, ma ha fatto molto per salvare una grande impresa come l’Alitalia, usando un fiume di soldi pubblici.
Il Governo non ha fatto nulla per le piccole imprese, ma ha fatto un condono fiscale/amnistia a tutela dei grandi evasori che hanno portato all’estero milioni di euro e commesso reati penali come il falso in bilancio. Così, oggi, il piccolo commerciante che per la terza volta viene colto in fragrante per non aver emesso uno scontrino fiscale di pochi euro deve subire la chiusura del proprio negozio mentre il grande evasore, che ha evaso il fisco per milioni di euro, può mantenere l’anonimato e pagare un piccola somma per mettersi in regola.
Il Governo non ha fatto nulla per assicurare il credito alle piccole imprese visto che i Tremonti-Bonds sono stati un flop clamoroso.
Il Governo non ha fatto nulla per creare un sistema di ammortizzatori sociali universale che si applicasse a tutti i lavoratori.
Il Governo non ha fatto nulla per le piccole imprese ma ha concesso incentivi per la rottamazione delle autovetture e si accinge a rinnovare il provvedimento.
Ma il paradosso è che a fronte di questo immobilismo il Governo è stato capace di far crescere il debito pubblico italiano di oltre 10 punti di PIL!! Siamo passati da un rapporto debito/PIL che era 105 nel 2008 a un rapporto di 115 nel 2009. La Commissione europea ha, da poco, aperto una procedura d’infrazione per eccesso di disavanzo pubblico contro il Governo italiano. Quindi non è vero che si è rimasti fermi perché si volevano mettere al sicuro i conti pubblici.
Il Governo Berlusconi tratta gli imprenditori come dei minori incapaci di distinguere tra le chiacchiere e i fatti.
Lei, Presidente Malavasi, oggi ha detto che: “ Il Governo gode di un’ampia maggioranza parlamentare”. Ci aspettiamo che la utilizzi per fare quelle riforme che servono al Paese e al suo apparato produttivo”(pag.23)
“Il rischio è la perdita definitiva di molte imprese artigiane oggi attive.”
Sappiamo che questo Governo non ha a cuore le sorti del Paese, ma solo gli interessi personali del Capo del Governo.
I piccoli imprenditori sempre più apertamente stanno comprendendo il grande inganno di cui sono stati vittime ad opera del centro-destra.
E’ ora di un riscatto morale e collettivo per evitare che l’economia italiana subisca un tracollo.
IDV - CIVITAVECCHIA
Oggi per la video-rubrica "Un Punto dell’Economia" parleremo di rapporto tra debito pubblico e Pil e dell’insostenibilità della situazione italiana.
Il debito pubblico oggi è un indice mostruoso di cui i cittadini ignorano le conseguenze.
Per la popolazione il Golem del debito è lì, sanno che “è un problema” ma non sanno come può cambiare le sorti dell’Italia e sconvolgere le loro quotidianità.
Oggi per la video-rubrica "Un Punto dell’Economia" parleremo di rapporto tra debito pubblico e Pil e dell’insostenibilità della situazione italiana.
Il debito pubblico oggi è un indice mostruoso di cui i cittadini ignorano le conseguenze.
Per la popolazione il Golem del debito è lì, sanno che “è un problema” ma non sanno come può cambiare le sorti dell’Italia e sconvolgere le loro quotidianità.
Non sanno, perché nessuno vuol approfondire e scendere nel dettaglio: nessuno vuol avvilire un termine da professionisti del mestiere, da competenti finanzieri e di cui parlano solo i notabili dell’economia mondiale. Falso, il debito pubblico è una priorità dell’operaio, del lattaio, del commerciante, della massaia, il debito pubblico deve far paura, può evocare l’esclusione dall’euro-zona come l’assalto alla diligenza argentina, come il blocco dei conti correnti o un più intangibile declino dei servizi e della qualità dello Stato, meno autobus, sanità scadente, l’assenza dell’informatica nelle scuole d’infanzia, la chiusura delle scuole nei piccoli borghi, l’aumento delle tariffe dovute a privatizzazioni di beni pubblici. Buona visione.
Pubblico di seguito anche una lettera aperta al Presidente della Confederazione Nazionale dell’Artigianato, della Piccola e Media Impresa, Ivan Malavasi scritta a quattro mani con Antonio Di Pietro.
In breve l’amara conclusione circostanziata nel testo che sotto riporto: questo governo, per l’ossatura e la struttura portante del sistema economico italiano, la piccola e media imprenditoria, non ha fatto nulla di nulla se non accelerare la chiusura e il fallimento delle attività per migliaia di realtà.
Caro Presidente Malavasi,
nella sua Relazione del 22 ottobre, lei ha richiamato con forza l’attenzione sul ruolo fondamentale che le piccole e medie imprese ricoprono nell’economia italiana. Condividiamo pienamente l’idea che 4 milioni e 400 mila piccole imprese e gli 11 milioni e 800 mila lavoratori che in esse sono occupati costituiscano la vera ricchezza del Paese.
Partire dalla Piccola Impresa è il motto al quale lei vorrebbe che fosse ispirata l’azione di politica economica, perché se si affrontano e risolvono i problemi dei piccoli imprenditori si affrontano e risolvono gran parte dei problemi dell’Italia.
La sua Relazione, Presidente Malavasi, riassume con efficacia i nodi che vanno assolutamente sciolti per evitare che la crisi si trasformi in crollo catastrofico.
- Uno Stato più snello: è assurdo e troppo costoso “avere nove livelli di decisione politica (circoscrizioni, comuni, associazioni di comuni, comunità montane, aree metropolitane, province, regioni, Stato, Europa)” (pag.9)
- Basta con i monopoli, soprattutto se originati da società pubbliche, come i servizi pubblici locali (pag. 11)
- Occorre riformare la Pubblica Amministrazione (pag. 12)
- Meno norme formali e più controlli sostanziali (pag.12)
- Ridurre il carico fiscale sulle imprese, iniziando dall’IRAP (pag.12)
- Basta con un fisco iniquo che periodicamente ricorre a forme di condono su redditi e capitali sfuggiti all’accertamento (p.12)
- Accrescere l’efficienza della giustizia (“attendere in media, come devono fare gli imprenditori italiani, quasi tre anni per vedere concluso un processo civile di primo grado, sostenere costi per oltre 1 miliardo di euro solo per il ritardo della riscossione dei crediti” sono fattori che rendono meno competitive le imprese) (pag.13)
- Impedire che il 25 per cento della nostra ricchezza nazionale sia prodotta da un’economia sommersa, con tutti gli effetti di concorrenza sleale che ne derivano per le imprese oneste (pag. 13)
- Dall’emergenza deve nascere un nuovo sistema di tutele sociali, contrattuali, legislative (pag. 25)
- Dalla cassa integrazione in deroga si deve passare alla riforma degli ammortizzatori sociali (pag. 25)
- Serve un’azione per favorire la patrimonializzazione delle imprese e una più ampia deducibilità degli interessi passivi (pag. 26).
- Va riattivata la misura automatica di sostegno delle spese in ricerca e innovazione riservata alle piccole imprese (pag. 26)
- Va all’allargato l’ambito di applicazione del regime dell’IVA per cassa (pag. 26)
- Servono tempi di pagamento della Pubblica amministrazione che siano rapidi.
Ebbene alle sue domande non c’è stata risposta. Il Governo anzi ha fatto la sua solita politica degli annunci: si è annunciato il taglio e la morte dell’IRAP ma nell’arco di due giorni tutto è svanito come una bolla di sapone.
Berlusconi risponde agli artigiani e alle imprese con le promesse per nascondere il totale vuoto dell’azione di Governo per le piccole e medie imprese.
Il Governo non ha fatto nulla per le piccole imprese, ma ha fatto molto per salvare una grande impresa come l’Alitalia, usando un fiume di soldi pubblici.
Il Governo non ha fatto nulla per le piccole imprese, ma ha fatto un condono fiscale/amnistia a tutela dei grandi evasori che hanno portato all’estero milioni di euro e commesso reati penali come il falso in bilancio. Così, oggi, il piccolo commerciante che per la terza volta viene colto in fragrante per non aver emesso uno scontrino fiscale di pochi euro deve subire la chiusura del proprio negozio mentre il grande evasore, che ha evaso il fisco per milioni di euro, può mantenere l’anonimato e pagare un piccola somma per mettersi in regola.
Il Governo non ha fatto nulla per assicurare il credito alle piccole imprese visto che i Tremonti-Bonds sono stati un flop clamoroso.
Il Governo non ha fatto nulla per creare un sistema di ammortizzatori sociali universale che si applicasse a tutti i lavoratori.
Il Governo non ha fatto nulla per le piccole imprese ma ha concesso incentivi per la rottamazione delle autovetture e si accinge a rinnovare il provvedimento.
Ma il paradosso è che a fronte di questo immobilismo il Governo è stato capace di far crescere il debito pubblico italiano di oltre 10 punti di PIL!! Siamo passati da un rapporto debito/PIL che era 105 nel 2008 a un rapporto di 115 nel 2009. La Commissione europea ha, da poco, aperto una procedura d’infrazione per eccesso di disavanzo pubblico contro il Governo italiano. Quindi non è vero che si è rimasti fermi perché si volevano mettere al sicuro i conti pubblici.
Il Governo Berlusconi tratta gli imprenditori come dei minori incapaci di distinguere tra le chiacchiere e i fatti.
Lei, Presidente Malavasi, oggi ha detto che: “ Il Governo gode di un’ampia maggioranza parlamentare”. Ci aspettiamo che la utilizzi per fare quelle riforme che servono al Paese e al suo apparato produttivo”(pag.23)
“Il rischio è la perdita definitiva di molte imprese artigiane oggi attive.”
Sappiamo che questo Governo non ha a cuore le sorti del Paese, ma solo gli interessi personali del Capo del Governo.
I piccoli imprenditori sempre più apertamente stanno comprendendo il grande inganno di cui sono stati vittime ad opera del centro-destra.
E’ ora di un riscatto morale e collettivo per evitare che l’economia italiana subisca un tracollo.
IDV - CIVITAVECCHIA
lunedì 26 ottobre 2009

"Solidarietà al giudice Gabriella Nuzzi" di Antonio Di Pietro | 25 Ottobre 2009
Tieniti aggiornato: www.antoniodipietro.it
Tieniti aggiornato: www.antoniodipietro.it
UN PUNTO DELL'ECONOMIA: 3. LA CRISI ESISTE.
Oggi parliamo della situazione economica italiana, con riferimento innanzitutto ai dati rilasciati dal fondo monetario il 1 settembre. Il fondo monetario conferma che la crisi finanziaria quest’anno sarà una crisi molto grave, in particolare l’economia italiana sarà tra i Paesi che subiranno maggiormente la crisi in atto: parliamo, secondo il fondo monetario, di una caduta per il 2009 del prodotto interno lordo e quindi della ricchezza che viene prodotta in Italia in un anno pari al 5, 1%, è una caduta del 5, 1%. Solo la Germania e il Giappone avranno una caduta superiore alla nostra, del 5, 3% e del 5, 4%. Per avere un’idea, la Francia avrà una caduta del prodotto interno lordo in quest’anno, nel 2009, pari al 2, 4% e quindi la metà rispetto alla nostra caduta.
Siamo tra i Paesi che più di altri vengono a soffrire per la crisi in corso: questo nonostante il governo e le forze di centrodestra continuino a ripetere che l’economia italiana sta reagendo meglio, che è messa meglio delle altre e che non c’è bisogno di interventi per correggere la rotta. Ma non solo quest’anno subiremo conseguenze peggiori degli altri: anche la ripresa che si preannuncia per l’anno prossimo non è una ripresa esaltante, il fondo monetario dice che nel 2010 avremo una crescita dello 0, 2%, quindi praticamente saremo fermi anche l’anno prossimo.
Per avere un’idea, gli Stati Uniti l’anno prossimo cresceranno dell’1, 5%, molto più di noi, eppure sono il Paese che era il cuore della crisi in corso. Il paradosso è che, a fronte di questi dati, il governo annuncia una Finanziaria cosiddetta light, una Finanziaria leggera, ossia una Finanziaria praticamente fatta quasi di niente: non ci saranno, anche quest’anno, provvedimenti significativi per sostenere la domanda, per sostenere i consumi delle famiglie e per sostenere le imprese. Le imprese sono, in questo momento, in grande difficoltà e quella che si registra è una situazione di vera crisi industriale: le piccole imprese in particolare hanno una caduta del fatturato che oscilla tra il 30 e il 50%, rispetto all’anno precedente.
Le esportazioni stanno cadendo su base annua di circa il 30%, c’è un aumento continuo del numero di imprese che falliscono e i Tremonti Bonds, i famosi Tremonti Bonds, ossia lo strumento con il quale Tremonti aveva preannunciato di ricapitalizzare le banche, si stanno dimostrando un grande fallimento. In questi giorni abbiamo scoperto che nessuna delle grandi banche italiane utilizzerà i Tremonti Bonds: questo però si associa al fatto che le piccole imprese sono senza liquidità, sono una crisi grave anche sotto il profilo del credito.
Gli altri Paesi che cosa stanno facendo? In Germania è stato istituito un fondo per il credito alle piccole imprese di 5, 3 miliardi di Euro; in Francia il governo francese ha appena annunciato un taglio delle tasse sulle imprese per 11, 6 miliardi di Euro, conseguentemente le imprese piccole in Germania e in Francia hanno sostegno da parte dei loro governi, in Italia non si sta facendo nulla.
Su Il Corriere della Sera del 2 ottobre c’è un articolo, una lettera interessante di un imprenditore del nord est, Paolo Trovò, che chiede al governo come mai si annuncia una nuova stagione di incentivi per la rottamazione delle automobili, quindi a sostegno della grande industria di Torino e di Milano e non si fa nulla per le piccole imprese. Quello che credo stia venendo fuori è che il governo e il centrodestra abbiano illuso, durante la campagna elettorale, prima delle elezioni del 2008, i piccoli imprenditori, i lavoratori autonomi e così via, annunciando cose che poi non stanno mantenendo e l’unico provvedimento di rilievo che viene effettuato è uno scudo fiscale che, di fatto, è un incentivo a coloro che fanno impresa in maniera sporca, a coloro che non pagano le tasse, a coloro che portano all’estero i capitali, a coloro che non rispettano le regole e questa è una notizia pessima, per i piccoli imprenditori italiani, che invece restano in Italia, si sacrificano tutti i giorni, cercano di tirare la cinta, cercano di portare avanti i loro prodotti.
Noi pensiamo che sia il momento di difendere le piccole imprese e per questo, come Italia dei Valori, chiediamo almeno due provvedimenti urgenti: innanzitutto un intervento di riduzione dell’Irap a sostegno delle piccole imprese e, in secondo luogo, un impegno concreto e rapido per accelerare i tempi di pagamento della Pubblica amministrazione, che sono un altro aspetto sta molto a cuore alle piccole imprese. Questi sono due provvedimenti che, se realizzati nell’immediato, potrebbero dare ossigeno e restituire competitività alle tante piccole imprese italiane che, in questo momento, rischiano il fallimento.
IDV - CIVITAVECCHIA
Siamo tra i Paesi che più di altri vengono a soffrire per la crisi in corso: questo nonostante il governo e le forze di centrodestra continuino a ripetere che l’economia italiana sta reagendo meglio, che è messa meglio delle altre e che non c’è bisogno di interventi per correggere la rotta. Ma non solo quest’anno subiremo conseguenze peggiori degli altri: anche la ripresa che si preannuncia per l’anno prossimo non è una ripresa esaltante, il fondo monetario dice che nel 2010 avremo una crescita dello 0, 2%, quindi praticamente saremo fermi anche l’anno prossimo.
Per avere un’idea, gli Stati Uniti l’anno prossimo cresceranno dell’1, 5%, molto più di noi, eppure sono il Paese che era il cuore della crisi in corso. Il paradosso è che, a fronte di questi dati, il governo annuncia una Finanziaria cosiddetta light, una Finanziaria leggera, ossia una Finanziaria praticamente fatta quasi di niente: non ci saranno, anche quest’anno, provvedimenti significativi per sostenere la domanda, per sostenere i consumi delle famiglie e per sostenere le imprese. Le imprese sono, in questo momento, in grande difficoltà e quella che si registra è una situazione di vera crisi industriale: le piccole imprese in particolare hanno una caduta del fatturato che oscilla tra il 30 e il 50%, rispetto all’anno precedente.
Le esportazioni stanno cadendo su base annua di circa il 30%, c’è un aumento continuo del numero di imprese che falliscono e i Tremonti Bonds, i famosi Tremonti Bonds, ossia lo strumento con il quale Tremonti aveva preannunciato di ricapitalizzare le banche, si stanno dimostrando un grande fallimento. In questi giorni abbiamo scoperto che nessuna delle grandi banche italiane utilizzerà i Tremonti Bonds: questo però si associa al fatto che le piccole imprese sono senza liquidità, sono una crisi grave anche sotto il profilo del credito.
Gli altri Paesi che cosa stanno facendo? In Germania è stato istituito un fondo per il credito alle piccole imprese di 5, 3 miliardi di Euro; in Francia il governo francese ha appena annunciato un taglio delle tasse sulle imprese per 11, 6 miliardi di Euro, conseguentemente le imprese piccole in Germania e in Francia hanno sostegno da parte dei loro governi, in Italia non si sta facendo nulla.
Su Il Corriere della Sera del 2 ottobre c’è un articolo, una lettera interessante di un imprenditore del nord est, Paolo Trovò, che chiede al governo come mai si annuncia una nuova stagione di incentivi per la rottamazione delle automobili, quindi a sostegno della grande industria di Torino e di Milano e non si fa nulla per le piccole imprese. Quello che credo stia venendo fuori è che il governo e il centrodestra abbiano illuso, durante la campagna elettorale, prima delle elezioni del 2008, i piccoli imprenditori, i lavoratori autonomi e così via, annunciando cose che poi non stanno mantenendo e l’unico provvedimento di rilievo che viene effettuato è uno scudo fiscale che, di fatto, è un incentivo a coloro che fanno impresa in maniera sporca, a coloro che non pagano le tasse, a coloro che portano all’estero i capitali, a coloro che non rispettano le regole e questa è una notizia pessima, per i piccoli imprenditori italiani, che invece restano in Italia, si sacrificano tutti i giorni, cercano di tirare la cinta, cercano di portare avanti i loro prodotti.
Noi pensiamo che sia il momento di difendere le piccole imprese e per questo, come Italia dei Valori, chiediamo almeno due provvedimenti urgenti: innanzitutto un intervento di riduzione dell’Irap a sostegno delle piccole imprese e, in secondo luogo, un impegno concreto e rapido per accelerare i tempi di pagamento della Pubblica amministrazione, che sono un altro aspetto sta molto a cuore alle piccole imprese. Questi sono due provvedimenti che, se realizzati nell’immediato, potrebbero dare ossigeno e restituire competitività alle tante piccole imprese italiane che, in questo momento, rischiano il fallimento.
IDV - CIVITAVECCHIA
domenica 18 ottobre 2009
UN PUNTO DELL'ECONOMIA: 2. LO SCUDO FISCALE.
Parliamo dello scudo fiscale, provvedimento recentemente promosso dal governo e approvato dal Parlamento.
Lo scudo fiscale rientra nella tipologia dei “condoni”, degli strumenti di politica economica che vengono utilizzati in situazioni drammatiche, dove lo Stato ha urgente bisogno di capitali e dichiara la propria impossibilità a recuperare per vie ordinarie capitali sottratti al fisco o, come in questo caso, esportati illecitamente all'estero.
Si tratta di un provvedimento che rappresenta una grave rottura nel modo di funzionare di un economia di mercato. Si consente di riportare in Italia capitali illecitamente portati all'estero pagando soltanto il 5% del totale per rimettersi a posto con il fisco. Questo però è associato al fatto che si mantiene l'anonimato sul soggetto che ha commesso l'atto illecito, precludendo all'amministrazione fiscale la possibilità di fare ulteriori accertamenti e di tenere sotto controllo questo soggetto nel tempo, avendo compiuto atti non leciti.
In secondo luogo questo provvedimento elimina l'obbligo degli intermediari, per esempio le banche, di segnalare operazioni di esportazione all'estero di capitali.
Il terzo aspetto da sottolineare è che questo provvedimento, se confrontato con gli altri Paesi come gli Stati Uniti e il Regno Unito, è molto più accondiscendente nei confronti dell'evasore. Chi vuole beneficiare dello scudo fiscale negli Stati Uniti e nel Regno Unito deve pagare non solo il valore proporzionato al capitale esportato, ma pagare anche le tasse arretrate con gli interessi di mora e si applica, in aggiunta, una vera e propria sanzione. In Italia non ci sono ne il pagamento delle tasse arretrate ne la sanzione, si paga solo il 5% e si è a posto.
Perché è un grave provvedimento? Perché si lancia un segnale ai contribuenti, alle imprese e agli operatori in cui si dice che non è necessario rispettare le regole e pagare le tasse, basta pagare ogni tanto una piccola sanzione del 5% e si torna a posto con il fisco. Quindi, chi ha pagato le tasse ed è stato in regola con il fisco è stato uno scemo, una persona che ha fatto qualcosa che non andava fatto.
Questo è particolarmente grave, in un Paese come l'Italia nel quale, secondo le dichiarazione recenti delle amministrazioni fiscali, ogni anno vengono sottratti al fisco 200 miliardi di euro, cioè il 24,5% del reddito prodotto in Italia ogni anno non viene dichiarato al fisco. Chi evade le tasse, di fatto, svolge un azione deleteria nei confronti di tutti gli altri. L'impresa che evade le tasse ha un vantaggio competitivo rispetto all'impresa che paga le tasse, dovuta al fatto che ha più soldi a disposizione e svolge concorrenza sleale rispetto alle altre imprese. La presenza di evasori crea uno squilibrio che rischia di minare il modo di funzionare di un economia di mercato.
Un economia di mercato si fonda su relazioni fiduciarie, cioè sull'idea che il proprio partner commerciale sia una persona affidabile, che quando sarà il momento pagherà gli obblighi e gli oneri di cui si fa carico in un contratto.
L'adozione di provvedimenti come il condono fiscale e lo scudo fiscale generano incertezza sul comportamento degli altri. E' come se domani dicessimo “non è detto che puniamo il furto o l'omicidio”: si comincia a creare una situazione nella quale non sappiamo se il nostro partner sarà una persona rispettabile e affidabile.
Non solo il provvedimento è iniquo, perché si chiede troppo poco, non solo si sta concedendo di più di quanto avviene all'estero agli evasori, ma stiamo anche incentivando l'evasione fiscale proprio in un Paese nel quale l'ammontare dell'evasione annua è gigantesca. E' un fatto estremamente grave e preoccupante.
E' curioso ricordare che negli anni scorsi il ministro Tremonti, in varie trasmissioni televisive, si era impegnato pubblicamente dicendo che non avrebbe mai più adottato condoni fiscali, mentre invece, come al solito, ci troviamo nelle solite situazioni.
IDV - CIVITAVECCHIA
Lo scudo fiscale rientra nella tipologia dei “condoni”, degli strumenti di politica economica che vengono utilizzati in situazioni drammatiche, dove lo Stato ha urgente bisogno di capitali e dichiara la propria impossibilità a recuperare per vie ordinarie capitali sottratti al fisco o, come in questo caso, esportati illecitamente all'estero.
Si tratta di un provvedimento che rappresenta una grave rottura nel modo di funzionare di un economia di mercato. Si consente di riportare in Italia capitali illecitamente portati all'estero pagando soltanto il 5% del totale per rimettersi a posto con il fisco. Questo però è associato al fatto che si mantiene l'anonimato sul soggetto che ha commesso l'atto illecito, precludendo all'amministrazione fiscale la possibilità di fare ulteriori accertamenti e di tenere sotto controllo questo soggetto nel tempo, avendo compiuto atti non leciti.
In secondo luogo questo provvedimento elimina l'obbligo degli intermediari, per esempio le banche, di segnalare operazioni di esportazione all'estero di capitali.
Il terzo aspetto da sottolineare è che questo provvedimento, se confrontato con gli altri Paesi come gli Stati Uniti e il Regno Unito, è molto più accondiscendente nei confronti dell'evasore. Chi vuole beneficiare dello scudo fiscale negli Stati Uniti e nel Regno Unito deve pagare non solo il valore proporzionato al capitale esportato, ma pagare anche le tasse arretrate con gli interessi di mora e si applica, in aggiunta, una vera e propria sanzione. In Italia non ci sono ne il pagamento delle tasse arretrate ne la sanzione, si paga solo il 5% e si è a posto.
Perché è un grave provvedimento? Perché si lancia un segnale ai contribuenti, alle imprese e agli operatori in cui si dice che non è necessario rispettare le regole e pagare le tasse, basta pagare ogni tanto una piccola sanzione del 5% e si torna a posto con il fisco. Quindi, chi ha pagato le tasse ed è stato in regola con il fisco è stato uno scemo, una persona che ha fatto qualcosa che non andava fatto.
Questo è particolarmente grave, in un Paese come l'Italia nel quale, secondo le dichiarazione recenti delle amministrazioni fiscali, ogni anno vengono sottratti al fisco 200 miliardi di euro, cioè il 24,5% del reddito prodotto in Italia ogni anno non viene dichiarato al fisco. Chi evade le tasse, di fatto, svolge un azione deleteria nei confronti di tutti gli altri. L'impresa che evade le tasse ha un vantaggio competitivo rispetto all'impresa che paga le tasse, dovuta al fatto che ha più soldi a disposizione e svolge concorrenza sleale rispetto alle altre imprese. La presenza di evasori crea uno squilibrio che rischia di minare il modo di funzionare di un economia di mercato.
Un economia di mercato si fonda su relazioni fiduciarie, cioè sull'idea che il proprio partner commerciale sia una persona affidabile, che quando sarà il momento pagherà gli obblighi e gli oneri di cui si fa carico in un contratto.
L'adozione di provvedimenti come il condono fiscale e lo scudo fiscale generano incertezza sul comportamento degli altri. E' come se domani dicessimo “non è detto che puniamo il furto o l'omicidio”: si comincia a creare una situazione nella quale non sappiamo se il nostro partner sarà una persona rispettabile e affidabile.
Non solo il provvedimento è iniquo, perché si chiede troppo poco, non solo si sta concedendo di più di quanto avviene all'estero agli evasori, ma stiamo anche incentivando l'evasione fiscale proprio in un Paese nel quale l'ammontare dell'evasione annua è gigantesca. E' un fatto estremamente grave e preoccupante.
E' curioso ricordare che negli anni scorsi il ministro Tremonti, in varie trasmissioni televisive, si era impegnato pubblicamente dicendo che non avrebbe mai più adottato condoni fiscali, mentre invece, come al solito, ci troviamo nelle solite situazioni.
IDV - CIVITAVECCHIA
giovedì 15 ottobre 2009
PARLAMENTO FANNULLONE
AUTORE : On. Massimo Donadi (Capogruppo alla Camera IDV)
Il Parlamento, in un mese, ha votato solo tre leggi e solo una e' effettiva. Non ci vuole molto a capire che questo è un Parlamento che non lavora, in cui una maggioranza lobotomizzata attende solo gli ordini da Palazzo Chigi. Questo è un Parlamento asservito ai voleri di uno solo, che lo usa a suo piacimento per fare le leggi che vuole il premier e solo per il premier.
Questo è un Parlamento che si limita a votare le fiducie e a ratificare i provvedimenti del governo, mentre migliaia di provvedimenti importanti e urgenti per i cittadini giacciono abbandonati nelle commissioni. Solo Idv ne ha presentati un centinaio, di cui 25 sulla giustizia. Noi chiediamo che vengano affrontate immediatamente le proposte di legge dell'Italia dei Valori che chiedono il raddoppio della cassa integrazione da 52 a 104 settimane, la riduzione dell'Irap per le imprese e l'eliminazione delle imposte sulla tredicesima per rilanciare il consumo.
Noi non vogliamo essere pagati per non lavorare, per fare i fannulloni. Non vogliamo tradire il patto con gli elettori e lo abbiamo gridato forte e chiaro oggi davanti a Montecitorio, lanciando una sfida: i deputati di Italia dei Valori, per ogni giorno in cui è prevista Aula e non si voterà, restituiranno la diaria di quel giorno alla Presidenza della Camera. Non saremo mai complici di un Parlamento fannullone.
Link di riferimento: http://italiadeivalori.antoniodipietro.com/articoli/politica/parlamento_fannullone.php
IDV - CIVITAVECCHIA
martedì 13 ottobre 2009
UN PUNTO DELL'ECONOMIA: 1. LA FLEXICURITY
Italia dei valori avvia oggi una rubrica di approfondimento economico, che sarà pubblicata a cadenza settimanale, dove verrà commentato un fatto, o un evento, rilevante per l’economia italiana oppure il punto di vista dell'Italia dei Valori su questioni di interesse economico. La rubrica sarà a cura del professor Sandro Trento, docente di economia all'Università di Trento.
Una Flexicurity anche in Italia
Le riforme del mercato del lavoro in Italia hanno accresciuto la flessibilità anche se ciò è stato realizzato soprattutto con riferimento ai nuovi assunti e quindi quasi solo a carico dei giovani. Chi entra oggi nel mercato del lavoro ha molte meno tutele e garanzie di chi vi è entrato venti anni fa. Del resto, la flessibilità ha favorito la creazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro, ha consentito di evitare che decine di migliaia di giovani restassero parcheggiati in uno stato di disoccupazione per lunghi anni, ha consentito a tante donne di trovare forme di occupazione compatibili con i loro impegni famigliari.
Un mercato del lavoro flessibile è caratterizzato da elevati flussi di entrata e di uscita, cioè da un più frequente cambio di posto di lavoro. Si lavora in un’azienda per qualche anno poi l’azienda magari attraversa una fase di crisi e licenzia parte dei propri dipendenti che troveranno lavoro presso un'altra azienda.
Queste fasi di passaggio da un lavoro a un altro possono tuttavia durare anche alcuni mesi. Non è detto che si trovi subito un altro lavoro oppure può essere necessario ri-qualificarsi in modo da poter ambire a nuove occupazioni.
Come fa un lavoratore a vivere nelle fasi di attesa tra un lavoro e un altro?
Questa questione è essenziale per far sì che la flessibilità sia percepita come un elemento positivo che rende più fluido il mercato del lavoro e non solo come un fattore di precarizzazione.
Una soluzione è fornita dalla cosiddetta flexicurity, il sistema tipico di alcuni paesi del Nord Europa, che associa flessibilità del lavoro a un sistema universale di protezione contro la disoccupazione. Nei momenti che intercorrono tra un lavoro e un altro chi è rimasto disoccupato riceve un’indennità di disoccupazione che gli consente di vivere fino a quando non trova un nuovo impiego.
La situazione italiana invece è al momento squilibrata. Non esiste infatti in Italia un sistema di indennità di disoccupazione vero e proprio. Vi sono categorie di lavoratori che godono di alcune forme di protezione come ad esempio la Cassa integrazione che però riguarda solo l’industria, la distribuzione commerciale con oltre 50 dipendenti e imprese dei servizi con più di 200 dipendenti. I dipendenti delle imprese più piccole e di altri settori hanno diritto solo a sussidi straordinari disposti “in deroga” dal governo e di entità molto ridotta. I giovani con contratti temporanei ovviamente non hanno diritto alla Cassa integrazione .
Siamo molto lontani dalla flexicurity e questo crea grandi problemi a chi resta senza lavoro in Italia.
In questa fase di grave crisi, di fronte a centinaia di migliaia di lavoratori che perdono il lavoro il governo sta centellinando la Cassa integrazione come se non ci fossero soldi sufficienti.
In realtà, la Cassa Integrazione Guadagni ha un bilancio attivo che è stimabile (al netto delle erogazioni di quest’anno) pari a oltre 10 miliardi di euro. Nel quinquennio 2003-2007 i contributi versati ogni anno dalle imprese per la Cassa Integrazione ordinaria sono stati tra i 2,3 e i 2,8 miliardi di euro, a fronte di questi versamenti le prestazioni erogate dalla Cassa sono state tra 0,2 e 0,5 miliardi l’anno. Nello stesso periodo la Cassa Integrazione straordinaria (quella che viene erogata secondo decisioni del governo in presenza di crisi di settore) i contributi hanno oscillato tra 1 e 0,8 miliardi di euro mentre le erogazioni sono state pari a circa la metà di quei versamenti. Il dato relativo al bilancio della Cassa nel 2008 non è ancora disponibile ma è possibile che si sia chiuso in pareggio, mentre nel 2009, vista la grave crisi, si avrà probabilmente un disavanzo ma non superiore al miliardo di euro. Un passivo quindi molto inferiore all’attivo accumulato negli anni precedenti e incassato dallo Stato.
E’ allora il momento di utilizzare questa grande quantità di soldi accumulati dalla Cassa integrazione (10 miliardi di euro) per porre mano a una vera riforma degli ammortizzatori sociali creando un sistema universale di indennità di disoccupazione che assicuri a tutti i lavoratori (di qualunque settore, di qualunque tipo di imprese, di qualunque età), rimasti senza lavoro, un trattamento pari all’80 per cento della retribuzione, eliminando le complicazioni burocratiche. Una quota del trattamento andrebbe posta ovviamente a carico delle imprese (25-30 per cento) per far sì che non utilizzino con troppa leggerezza lo strumento del licenziamento.
Il sistema attuale della Cassa integrazione presenta uno squilibrio tra il contributo pagato dalle imprese sulle retribuzioni lorde dei dipendenti e l’entità complessiva delle prestazioni che poi vengono erogate al momento del bisogno. Per la Cassa ordinaria i contributi versati superano ogni anno di quattro o cinque volte l’erogazione. Il paradosso è che il contributo è maggiore per le imprese più piccole (quelle con meno di 50 addetti) rispetto alle imprese più grandi. Ciò avviene anche se le piccole imprese utilizzano meno frequentemente la Cassa Integrazione. Il sistema della Cassa rappresenta una sorta di assicurazione (contro la disoccupazione) che le imprese pagano però a un prezzo elevatissimo. Andrebbe quindi rivisto il sistema con il quale l’Inps applica il “premio” assicurativo commisurandolo al rischio effettivo, magari con un sistema di bonus-malus che in media dovrebbe comportare una diminuzione del costo del lavoro almeno dell’uno e mezzo per cento.
Creare un sistema generale di indennità di disoccupazione è indispensabile non solo in questa fase di grave crisi ma in generale per rendere sopportabile un mercato del lavoro sempre più flessibile.
Una Flexicurity anche in Italia
Le riforme del mercato del lavoro in Italia hanno accresciuto la flessibilità anche se ciò è stato realizzato soprattutto con riferimento ai nuovi assunti e quindi quasi solo a carico dei giovani. Chi entra oggi nel mercato del lavoro ha molte meno tutele e garanzie di chi vi è entrato venti anni fa. Del resto, la flessibilità ha favorito la creazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro, ha consentito di evitare che decine di migliaia di giovani restassero parcheggiati in uno stato di disoccupazione per lunghi anni, ha consentito a tante donne di trovare forme di occupazione compatibili con i loro impegni famigliari.
Un mercato del lavoro flessibile è caratterizzato da elevati flussi di entrata e di uscita, cioè da un più frequente cambio di posto di lavoro. Si lavora in un’azienda per qualche anno poi l’azienda magari attraversa una fase di crisi e licenzia parte dei propri dipendenti che troveranno lavoro presso un'altra azienda.
Queste fasi di passaggio da un lavoro a un altro possono tuttavia durare anche alcuni mesi. Non è detto che si trovi subito un altro lavoro oppure può essere necessario ri-qualificarsi in modo da poter ambire a nuove occupazioni.
Come fa un lavoratore a vivere nelle fasi di attesa tra un lavoro e un altro?
Questa questione è essenziale per far sì che la flessibilità sia percepita come un elemento positivo che rende più fluido il mercato del lavoro e non solo come un fattore di precarizzazione.
Una soluzione è fornita dalla cosiddetta flexicurity, il sistema tipico di alcuni paesi del Nord Europa, che associa flessibilità del lavoro a un sistema universale di protezione contro la disoccupazione. Nei momenti che intercorrono tra un lavoro e un altro chi è rimasto disoccupato riceve un’indennità di disoccupazione che gli consente di vivere fino a quando non trova un nuovo impiego.
La situazione italiana invece è al momento squilibrata. Non esiste infatti in Italia un sistema di indennità di disoccupazione vero e proprio. Vi sono categorie di lavoratori che godono di alcune forme di protezione come ad esempio la Cassa integrazione che però riguarda solo l’industria, la distribuzione commerciale con oltre 50 dipendenti e imprese dei servizi con più di 200 dipendenti. I dipendenti delle imprese più piccole e di altri settori hanno diritto solo a sussidi straordinari disposti “in deroga” dal governo e di entità molto ridotta. I giovani con contratti temporanei ovviamente non hanno diritto alla Cassa integrazione .
Siamo molto lontani dalla flexicurity e questo crea grandi problemi a chi resta senza lavoro in Italia.
In questa fase di grave crisi, di fronte a centinaia di migliaia di lavoratori che perdono il lavoro il governo sta centellinando la Cassa integrazione come se non ci fossero soldi sufficienti.
In realtà, la Cassa Integrazione Guadagni ha un bilancio attivo che è stimabile (al netto delle erogazioni di quest’anno) pari a oltre 10 miliardi di euro. Nel quinquennio 2003-2007 i contributi versati ogni anno dalle imprese per la Cassa Integrazione ordinaria sono stati tra i 2,3 e i 2,8 miliardi di euro, a fronte di questi versamenti le prestazioni erogate dalla Cassa sono state tra 0,2 e 0,5 miliardi l’anno. Nello stesso periodo la Cassa Integrazione straordinaria (quella che viene erogata secondo decisioni del governo in presenza di crisi di settore) i contributi hanno oscillato tra 1 e 0,8 miliardi di euro mentre le erogazioni sono state pari a circa la metà di quei versamenti. Il dato relativo al bilancio della Cassa nel 2008 non è ancora disponibile ma è possibile che si sia chiuso in pareggio, mentre nel 2009, vista la grave crisi, si avrà probabilmente un disavanzo ma non superiore al miliardo di euro. Un passivo quindi molto inferiore all’attivo accumulato negli anni precedenti e incassato dallo Stato.
E’ allora il momento di utilizzare questa grande quantità di soldi accumulati dalla Cassa integrazione (10 miliardi di euro) per porre mano a una vera riforma degli ammortizzatori sociali creando un sistema universale di indennità di disoccupazione che assicuri a tutti i lavoratori (di qualunque settore, di qualunque tipo di imprese, di qualunque età), rimasti senza lavoro, un trattamento pari all’80 per cento della retribuzione, eliminando le complicazioni burocratiche. Una quota del trattamento andrebbe posta ovviamente a carico delle imprese (25-30 per cento) per far sì che non utilizzino con troppa leggerezza lo strumento del licenziamento.
Il sistema attuale della Cassa integrazione presenta uno squilibrio tra il contributo pagato dalle imprese sulle retribuzioni lorde dei dipendenti e l’entità complessiva delle prestazioni che poi vengono erogate al momento del bisogno. Per la Cassa ordinaria i contributi versati superano ogni anno di quattro o cinque volte l’erogazione. Il paradosso è che il contributo è maggiore per le imprese più piccole (quelle con meno di 50 addetti) rispetto alle imprese più grandi. Ciò avviene anche se le piccole imprese utilizzano meno frequentemente la Cassa Integrazione. Il sistema della Cassa rappresenta una sorta di assicurazione (contro la disoccupazione) che le imprese pagano però a un prezzo elevatissimo. Andrebbe quindi rivisto il sistema con il quale l’Inps applica il “premio” assicurativo commisurandolo al rischio effettivo, magari con un sistema di bonus-malus che in media dovrebbe comportare una diminuzione del costo del lavoro almeno dell’uno e mezzo per cento.
Creare un sistema generale di indennità di disoccupazione è indispensabile non solo in questa fase di grave crisi ma in generale per rendere sopportabile un mercato del lavoro sempre più flessibile.
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