Carissimi, l’anno 2009 volge al termine con un Paese economicamente, istituzionalmente e politicamente in ginocchio per via di un governo scellerato e di un’opposizione che non sempre ha fatto il suo dovere in modo compatto e senza indugi, critica che di certo non posso rivolgere all’ Italia dei Valori. Il nostro parti...to è oggetto di attacchi furibondi, supportati da un muro mediatico compatto che vuole confinarci all’opposizione perenne, temendo che il Paese comprenda che in noi c’è il seme di un’alternativa concreta a questa classe politica. Ogni occasione è stata buona nel 2009, e lo sarà in futuro, per porci in cattiva luce nei confronti dell’opinione pubblica perché temono la nostra integrità morale che ci vede sempre con la schiena dritta e mai inclini a compromessi di comodo.
Il riscontro del nostro buon operato, però, lo raccogliamo continuamente nelle piazze, tra gli operai nelle fabbriche, e nella Rete che oggi ci vede leader indiscussi tra i partiti per il dialogo con i cittadini e la trasparenza della nostra azione politica. L’ultimo attacco è stato scagliato in seguito al gesto di un folle che ha ferito il Presidente del Consiglio. Alcuni organi di stampa e molti politici hanno montato una ingiustificata campagna politica e mediatica per individuare nella mia persona e nell’Italia dei Valori i mandanti morali che hanno armato quella mano. Nulla di strano in questa caccia alle streghe, se ciò accade è perché l’Italia dei Valori per tutto l’anno ha svolto il suo ruolo di opposizione denunciando con forza, senza far sconti neanche agli altri partiti d’opposizione, le nefandezze di un governo ogni volta che si volevano ridurre gli spazi della democrazia.
Rivolgo a voi tutti i miei più sentiti auguri per queste feste, soprattutto a coloro a cui la crisi non ha lasciato neanche un panettone da tagliare, e aggiungo che vorrei mettere una promessa sotto l’albero di ciascuno: il rinnovato dell’impegno, anche per l’anno che verrà, nel contrastare ogni forma di prevaricazione delle istituzioni, ogni legge che possa portare alla privazione delle libertà individuali e costituzionali dei cittadini.
Un impegno insomma nel difendere la democrazia ed i valori più profondi dello Stato.
Antonio Di Pietro
Informazioni personali
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- Civitavecchia, Roma
- IL GIORNO 19 APRILE 2010 TUTTI GLI ESPONENTI E GLI ISCRITTI LASCIANO IN MASSA L'ITALIA DEI VALORI DANDO LE DIMISSIONI. IN MASSA SONO RIMASTI ALL'INTERNO DEL POLO CIVICO. PER CONTINUARE A SEGUIRCI VISITATE IL SEGUENTE LINK: http://polocivicocivitavecchia.blogspot.com
giovedì 24 dicembre 2009
martedì 22 dicembre 2009
UN PUNTO DELL'ECONOMIA: 7. LA RIDUZIONE DELLE PENSIONI.
AUTORE: Sandro Trento.
Parliamo oggi di alcuni cambiamenti che avranno luogo per i pensionati: dal 1 gennaio 2010 entreranno in vigore i nuovi coefficienti di trasformazione.
Dal 1995, con la riforma Dini, è stato introdotto in Italia per i lavoratori che, al 31 dicembre del 1995, avevano meno di 18 anni di contributi, un nuovo sistema di calcolo delle pensioni che viene definito sistema contributivo. Il sistema contributivo prevede che la pensione venga calcolata sulla base dell’insieme dei contributi che sono versati durante tutta la vita lavorativa da ciascun lavoratore.
Quindi, al momento di andare in pensione, ossia al termine della vita lavorativa, i contributi che sono stati versati da ciascun lavoratore vengono sommati: in questo modo si ottiene quella che si chiama la base contributiva complessiva, ovvero il montante individuale sul quale si calcola poi la pensione. Va tenuto conto di due elementi molto importanti: il primo è che i contributi annuali sono rivalutati ogni anno in base al tasso di variazione quinquennale del prodotto interno lordo. Questo procedimento dovrebbe, in teoria, servire per consentire di recuperare la diminuzione del potere d’acquisto legata all’inflazione, quindi ogni anno i contributi versati dal lavoratore vengono rivalutati sulla base di questo tasso di variazione del Pil. Il secondo elemento di cui dobbiamo tenere conto è che il montante, ossia questa somma di contributi annuali, viene a sua volta moltiplicato per i cosiddetti coefficienti di trasformazione. Questi coefficienti di trasformazione trasformano, in pratica, il montante, cioè questa somma complessiva, in una rendita: se ci pensiamo un attimo, la pensione che è una rendita che viene derivata da un capitale che viene accumulato negli anni dal lavoratore. Quello che succederà dal 1 gennaio dell’anno prossimo, del 2010, è che verranno introdotti dei nuovi coefficienti di trasformazione: si tratta di vere e proprie tabelle che fissano dei coefficienti moltiplicativi basati sull’età della persona al momento in cui va in pensione, che tengono conto dell’aspettativa di vita. Per fare un esempio, se al 1 gennaio 2010 si va in pensione con 59 anni di età e un certo numero di anni di contributi, si avrà un coefficiente di trasformazione che è più piccolo rispetto a quello di un altro lavoratore che andrà in pensione con gli stessi anni di contribuzione, ma magari con un’età pari a 61 anni, ovvero quanto più alta è l’età e tanto più alto è il coefficiente di trasformazione, quanto più bassa è l’età nella quale si va in pensione, tanto più piccolo è questo coefficiente di trasformazione.
Quale è l’idea? L’idea è che, se c’è un’aspettativa di vita che calcoliamo oggi, per esempio, pari a 81 anni e uno va in pensione a 59 anni, ci si aspetta che godrà dell’assegno di pensione per almeno 22 anni, cioè 81 anni di speranza di vita e 59, che sono gli anni nei quali lui inizia a andare in pensione. Chi va invece in pensione a 61 anni avrà soltanto venti anni di pensione, ossia due anni di meno, per cui i coefficienti di trasformazione tengono conto, in qualche modo, di questa diversa aspettativa di vita. Per mantenere in equilibrio il sistema pensionistico si applica un principio per cui, quanto maggiore sarà il numero di anni in cui si godrà della pensione, tanto più piccolo sarà questo coefficiente di trasformazione.
Periodicamente, cioè ogni tre anni, queste tabelle saranno riviste in modo meno favorevole per i nuovi pensionati: mano a mano che, con il passare degli anni, avremo un’aspettativa di vita che migliora, cioè vivremo più anni, queste tabelle nuove terranno conto di questa maggiore aspettativa di vita, di questo maggior numero di anni di pensione e saranno, in qualche modo, meno favorevoli per i pensionati.
Dobbiamo dire innanzitutto che questo cambiamento, che avviene dal 1 gennaio 2010, si applica soltanto ai nuovi pensionati, quindi coloro che sono già in pensione non sono toccati da questa riforma. Questo nuovo sistema si applica in particolare a coloro che andranno in pensione con il sistema contributivo, quello che ho appena illustrato, per cui coloro che avevano meno di 18 anni di contributi il 31 dicembre 1995. Sostanzialmente si applica soprattutto ai giovani, a quelli che hanno un minor numero di anni di contribuzione e a quelli che, in futuro, andranno via via con il sistema contributivo.
Quali sono le questioni che sorgono?
Alcune stime recenti, fatte nei giorni passati, dimostrano che con queste nuove tabelle di trasformazione chi andrà in pensione il 1 gennaio 2010, ripeto, con il sistema contributivo, quindi non i lavoratori più anziani, che hanno maturato quaranta anni di contributi e vanno in pensione con il sistema retributivo, ma soltanto i nuovi pensionati che avevano meno di diciotto anni al 31 dicembre 1995, questi nuovi pensionati avranno una pensione che, sulla base di questi nuovi coefficienti di trasformazione, sarà tra lo 0,8 e il 3,7% inferiore rispetto a coloro che, per esempio, andranno in pensione o saranno andati in pensione a novembre o a dicembre di quest’anno, del 2009, con lo stesso numero di anni di contribuzione. Questi nuovi coefficienti di trasformazione comportano una diminuzione della pensione netta, che verrà ricevuta da chi andrà in pensione l’anno prossimo.
Quale è la questione che sorge? La questione che sorge fa riferimento a due aspetti: un primo dubbio che molti hanno è come mai il sistema di rivalutazione dei contributi, che ho illustrato prima, è calcolato sulla base dell’andamento del prodotto interno lordo, cioè perché per tenere conto del rischio di una svalutazione dei soldi versati si tiene conto del tasso di crescita del Pil, e non si è invece scelto un indicatore o un indice di infrazione, come tipicamente si fa per tenere conto dell’andamento del potere d’acquisto. In particolare, l’Italia un tasso di crescita del Pil che è molto basso da vari anni: pensate che nel 2008 il Pil è diminuito dell’1%, nel 2009, nell’anno in corso, probabilmente il Pil italiano diminuirà del 5, 4%. Quindi i futuri pensionati, i giovani di oggi che andranno in pensione tra qualche anno avranno per questi anni, per il 2008, per il 2009 e forse anche per il 2010, una diminuzione del loro valore dei contributi relativi a questi anni perché, come ho spiegato, la rivalutazione di questi contributi viene fatta sulla base dell’andamento del Pil nei cinque anni presi in considerazione, per cui si può anche avere una situazione di svalutazione di questi contributi. Una domanda che sorge è: è giusto, è corretto, è lecito utilizzare i tassi di crescita del Pil come sistema per rivalutare i contributi versati dai lavoratori nel sistema contributivo? Prima domanda.
Seconda domanda: è sensato che questo sistema di rivalutazione venga calcolato non soltanto sugli anni a partire dai quali effettivamente viene introdotto il sistema contributivo, ma sull’intero montante e quindi venga retrospettivamente applicato anche sugli anni precedenti? Anche sotto questo profilo è equo un sistema di calcolo di questo tipo? Questo anche con riferimento ai coefficienti di trasformazione, i quali non è che si applichino soltanto ai tre anni relativi alla loro introduzione, ma vengono applicati su tutto quanto il montante.
Ci sono dei problemi sotto il profilo dell’equità, del trattamento equo per chi andrà in pensione a partire dal 1 gennaio dell’anno prossimo con un sistema contributivo. Lo ripeto ancora una volta: stiamo parlando soprattutto dei giovani.
Detto questo però, non ci dobbiamo nascondere alcuni problemi di natura strutturale che riguardano il sistema pensionistico: la spesa pensionistica in Italia è il doppio rispetto a quella degli altri Paesi dell’area dell’Ocse, cioè degli altri Paesi ricchi. In Italia il rapporto tra le pensioni e il prodotto interno lordo è pari al 14%, contro il 7% della media Ocse. Le pensioni complessivamente assorbono in Italia il 30% del bilancio pubblico, contro circa il 16% in media dei Paesi Ocse e, anche sotto il profilo dei contributi pagati dai lavoratori, dobbiamo tenere conto che è molto costoso, perché circa il 33% dei salari lordi finiscono a finanziare i contributi previdenziali, la media Ocse è il 21%, quindi è molto più bassa. Questa maggiore spesa per le pensioni ovviamente va scapito di altre spese che potrebbero essere fatte: spese sia sul fronte sociale - e pensiamo al sostegno delle famiglie più povere - sia spese come l’istruzione, la ricerca, l’innovazione tecnologica. Se si utilizza questa grande somma di soldi per le pensioni vuole dire che non si possono fare altri investimenti.
Altra considerazione: l’età teorica di pensionamento in Italia è, ormai, simile a quella degli altri Paesi, parliamo di 65 anni per gli uomini, che è l’età che è adottata in gran parte dei Paesi avanzati. Ma se andiamo a guardare l’età media effettiva di pensionamento, ossia l’età in cui effettivamente i lavoratori italiani vanno in pensione, scopriamo una grande anomalia: in Italia l’età effettiva media di pensionamento per gli uomini è di 58 anni, per le donne è di 57, quindi vuole dire che vanno molto prima in pensione rispetto alla data teorica, all’età teorica. Per avere un’idea di confronto, in Germania l’età media effettiva di pensionamento è di 63 anni, 63 contro 65, cioè solo tre anni prima; in Italia è di 58 anni contro 65, i maschi in media vanno in pensione sette anni prima del tempo. Questo è un problema e è un problema molto serio, molto grave e è una delle ragioni per le quali andrebbe affrontato con coraggio un provvedimento che cerchi di innalzare il prima possibile l’età anagrafica minima effettiva di pensionamento. Se il governo avesse la forza e il coraggio di innalzare quest’età minima effettiva, si potrebbe anche pensare di ricalcolare in parte questi coefficienti di trasformazione di cui abbiamo parlato e di rendere il sistema in qualche modo più equo. Pensiamo che nel 2011 l’età anagrafica minima per andare in pensione in Italia sarà 60 anni, nel 2013 passerà a 61 anni e così via, quindi sarà un procedimento molto lento di adeguamento dell’età pensionabile. Quello che forse bisognerebbe avere è il coraggio di innalzare l’età di pensionamento e, in questo modo, di liberare risorse aggiuntive che potrebbero servire per rendere più equo complessivamente il sistema pensionistico, soprattutto a tutela delle giovani generazioni, che rischiano di andare in pensione con un tasso di copertura, quindi con una pensione che sarà pari al 30 /35% dello stipendio di quando erano lavoratori, un tasso di copertura che è molto inferiore rispetto al 75 /78% delle generazioni precedenti. C’è un problema di equità tra le generazioni, c’è una mancanza di coraggio da parte del governo a affrontare questa questione e a parlare in maniera chiara e trasparente agli italiani e ai giovani di come stanno le cose in questo momento.
Parliamo oggi di alcuni cambiamenti che avranno luogo per i pensionati: dal 1 gennaio 2010 entreranno in vigore i nuovi coefficienti di trasformazione.
Dal 1995, con la riforma Dini, è stato introdotto in Italia per i lavoratori che, al 31 dicembre del 1995, avevano meno di 18 anni di contributi, un nuovo sistema di calcolo delle pensioni che viene definito sistema contributivo. Il sistema contributivo prevede che la pensione venga calcolata sulla base dell’insieme dei contributi che sono versati durante tutta la vita lavorativa da ciascun lavoratore.
Quindi, al momento di andare in pensione, ossia al termine della vita lavorativa, i contributi che sono stati versati da ciascun lavoratore vengono sommati: in questo modo si ottiene quella che si chiama la base contributiva complessiva, ovvero il montante individuale sul quale si calcola poi la pensione. Va tenuto conto di due elementi molto importanti: il primo è che i contributi annuali sono rivalutati ogni anno in base al tasso di variazione quinquennale del prodotto interno lordo. Questo procedimento dovrebbe, in teoria, servire per consentire di recuperare la diminuzione del potere d’acquisto legata all’inflazione, quindi ogni anno i contributi versati dal lavoratore vengono rivalutati sulla base di questo tasso di variazione del Pil. Il secondo elemento di cui dobbiamo tenere conto è che il montante, ossia questa somma di contributi annuali, viene a sua volta moltiplicato per i cosiddetti coefficienti di trasformazione. Questi coefficienti di trasformazione trasformano, in pratica, il montante, cioè questa somma complessiva, in una rendita: se ci pensiamo un attimo, la pensione che è una rendita che viene derivata da un capitale che viene accumulato negli anni dal lavoratore. Quello che succederà dal 1 gennaio dell’anno prossimo, del 2010, è che verranno introdotti dei nuovi coefficienti di trasformazione: si tratta di vere e proprie tabelle che fissano dei coefficienti moltiplicativi basati sull’età della persona al momento in cui va in pensione, che tengono conto dell’aspettativa di vita. Per fare un esempio, se al 1 gennaio 2010 si va in pensione con 59 anni di età e un certo numero di anni di contributi, si avrà un coefficiente di trasformazione che è più piccolo rispetto a quello di un altro lavoratore che andrà in pensione con gli stessi anni di contribuzione, ma magari con un’età pari a 61 anni, ovvero quanto più alta è l’età e tanto più alto è il coefficiente di trasformazione, quanto più bassa è l’età nella quale si va in pensione, tanto più piccolo è questo coefficiente di trasformazione.
Quale è l’idea? L’idea è che, se c’è un’aspettativa di vita che calcoliamo oggi, per esempio, pari a 81 anni e uno va in pensione a 59 anni, ci si aspetta che godrà dell’assegno di pensione per almeno 22 anni, cioè 81 anni di speranza di vita e 59, che sono gli anni nei quali lui inizia a andare in pensione. Chi va invece in pensione a 61 anni avrà soltanto venti anni di pensione, ossia due anni di meno, per cui i coefficienti di trasformazione tengono conto, in qualche modo, di questa diversa aspettativa di vita. Per mantenere in equilibrio il sistema pensionistico si applica un principio per cui, quanto maggiore sarà il numero di anni in cui si godrà della pensione, tanto più piccolo sarà questo coefficiente di trasformazione.
Periodicamente, cioè ogni tre anni, queste tabelle saranno riviste in modo meno favorevole per i nuovi pensionati: mano a mano che, con il passare degli anni, avremo un’aspettativa di vita che migliora, cioè vivremo più anni, queste tabelle nuove terranno conto di questa maggiore aspettativa di vita, di questo maggior numero di anni di pensione e saranno, in qualche modo, meno favorevoli per i pensionati.
Dobbiamo dire innanzitutto che questo cambiamento, che avviene dal 1 gennaio 2010, si applica soltanto ai nuovi pensionati, quindi coloro che sono già in pensione non sono toccati da questa riforma. Questo nuovo sistema si applica in particolare a coloro che andranno in pensione con il sistema contributivo, quello che ho appena illustrato, per cui coloro che avevano meno di 18 anni di contributi il 31 dicembre 1995. Sostanzialmente si applica soprattutto ai giovani, a quelli che hanno un minor numero di anni di contribuzione e a quelli che, in futuro, andranno via via con il sistema contributivo.
Quali sono le questioni che sorgono?
Alcune stime recenti, fatte nei giorni passati, dimostrano che con queste nuove tabelle di trasformazione chi andrà in pensione il 1 gennaio 2010, ripeto, con il sistema contributivo, quindi non i lavoratori più anziani, che hanno maturato quaranta anni di contributi e vanno in pensione con il sistema retributivo, ma soltanto i nuovi pensionati che avevano meno di diciotto anni al 31 dicembre 1995, questi nuovi pensionati avranno una pensione che, sulla base di questi nuovi coefficienti di trasformazione, sarà tra lo 0,8 e il 3,7% inferiore rispetto a coloro che, per esempio, andranno in pensione o saranno andati in pensione a novembre o a dicembre di quest’anno, del 2009, con lo stesso numero di anni di contribuzione. Questi nuovi coefficienti di trasformazione comportano una diminuzione della pensione netta, che verrà ricevuta da chi andrà in pensione l’anno prossimo.
Quale è la questione che sorge? La questione che sorge fa riferimento a due aspetti: un primo dubbio che molti hanno è come mai il sistema di rivalutazione dei contributi, che ho illustrato prima, è calcolato sulla base dell’andamento del prodotto interno lordo, cioè perché per tenere conto del rischio di una svalutazione dei soldi versati si tiene conto del tasso di crescita del Pil, e non si è invece scelto un indicatore o un indice di infrazione, come tipicamente si fa per tenere conto dell’andamento del potere d’acquisto. In particolare, l’Italia un tasso di crescita del Pil che è molto basso da vari anni: pensate che nel 2008 il Pil è diminuito dell’1%, nel 2009, nell’anno in corso, probabilmente il Pil italiano diminuirà del 5, 4%. Quindi i futuri pensionati, i giovani di oggi che andranno in pensione tra qualche anno avranno per questi anni, per il 2008, per il 2009 e forse anche per il 2010, una diminuzione del loro valore dei contributi relativi a questi anni perché, come ho spiegato, la rivalutazione di questi contributi viene fatta sulla base dell’andamento del Pil nei cinque anni presi in considerazione, per cui si può anche avere una situazione di svalutazione di questi contributi. Una domanda che sorge è: è giusto, è corretto, è lecito utilizzare i tassi di crescita del Pil come sistema per rivalutare i contributi versati dai lavoratori nel sistema contributivo? Prima domanda.
Seconda domanda: è sensato che questo sistema di rivalutazione venga calcolato non soltanto sugli anni a partire dai quali effettivamente viene introdotto il sistema contributivo, ma sull’intero montante e quindi venga retrospettivamente applicato anche sugli anni precedenti? Anche sotto questo profilo è equo un sistema di calcolo di questo tipo? Questo anche con riferimento ai coefficienti di trasformazione, i quali non è che si applichino soltanto ai tre anni relativi alla loro introduzione, ma vengono applicati su tutto quanto il montante.
Ci sono dei problemi sotto il profilo dell’equità, del trattamento equo per chi andrà in pensione a partire dal 1 gennaio dell’anno prossimo con un sistema contributivo. Lo ripeto ancora una volta: stiamo parlando soprattutto dei giovani.
Detto questo però, non ci dobbiamo nascondere alcuni problemi di natura strutturale che riguardano il sistema pensionistico: la spesa pensionistica in Italia è il doppio rispetto a quella degli altri Paesi dell’area dell’Ocse, cioè degli altri Paesi ricchi. In Italia il rapporto tra le pensioni e il prodotto interno lordo è pari al 14%, contro il 7% della media Ocse. Le pensioni complessivamente assorbono in Italia il 30% del bilancio pubblico, contro circa il 16% in media dei Paesi Ocse e, anche sotto il profilo dei contributi pagati dai lavoratori, dobbiamo tenere conto che è molto costoso, perché circa il 33% dei salari lordi finiscono a finanziare i contributi previdenziali, la media Ocse è il 21%, quindi è molto più bassa. Questa maggiore spesa per le pensioni ovviamente va scapito di altre spese che potrebbero essere fatte: spese sia sul fronte sociale - e pensiamo al sostegno delle famiglie più povere - sia spese come l’istruzione, la ricerca, l’innovazione tecnologica. Se si utilizza questa grande somma di soldi per le pensioni vuole dire che non si possono fare altri investimenti.
Altra considerazione: l’età teorica di pensionamento in Italia è, ormai, simile a quella degli altri Paesi, parliamo di 65 anni per gli uomini, che è l’età che è adottata in gran parte dei Paesi avanzati. Ma se andiamo a guardare l’età media effettiva di pensionamento, ossia l’età in cui effettivamente i lavoratori italiani vanno in pensione, scopriamo una grande anomalia: in Italia l’età effettiva media di pensionamento per gli uomini è di 58 anni, per le donne è di 57, quindi vuole dire che vanno molto prima in pensione rispetto alla data teorica, all’età teorica. Per avere un’idea di confronto, in Germania l’età media effettiva di pensionamento è di 63 anni, 63 contro 65, cioè solo tre anni prima; in Italia è di 58 anni contro 65, i maschi in media vanno in pensione sette anni prima del tempo. Questo è un problema e è un problema molto serio, molto grave e è una delle ragioni per le quali andrebbe affrontato con coraggio un provvedimento che cerchi di innalzare il prima possibile l’età anagrafica minima effettiva di pensionamento. Se il governo avesse la forza e il coraggio di innalzare quest’età minima effettiva, si potrebbe anche pensare di ricalcolare in parte questi coefficienti di trasformazione di cui abbiamo parlato e di rendere il sistema in qualche modo più equo. Pensiamo che nel 2011 l’età anagrafica minima per andare in pensione in Italia sarà 60 anni, nel 2013 passerà a 61 anni e così via, quindi sarà un procedimento molto lento di adeguamento dell’età pensionabile. Quello che forse bisognerebbe avere è il coraggio di innalzare l’età di pensionamento e, in questo modo, di liberare risorse aggiuntive che potrebbero servire per rendere più equo complessivamente il sistema pensionistico, soprattutto a tutela delle giovani generazioni, che rischiano di andare in pensione con un tasso di copertura, quindi con una pensione che sarà pari al 30 /35% dello stipendio di quando erano lavoratori, un tasso di copertura che è molto inferiore rispetto al 75 /78% delle generazioni precedenti. C’è un problema di equità tra le generazioni, c’è una mancanza di coraggio da parte del governo a affrontare questa questione e a parlare in maniera chiara e trasparente agli italiani e ai giovani di come stanno le cose in questo momento.
martedì 8 dicembre 2009
NO B DAY: CONTANO SOLO I FATTI
La piazza viola, con le centinaia di migliaia di giovani e di famiglie, ha sfilato in maniera determinata ma pacifica. Da ieri fare opposizione in Parlamento e nel Paese sarà più facile per il centrosinistra e per l'Italia dei Valori perché sappiamo di avere alle nostre spalle un popolo intero che sostiene il nostro operato.
Con la piazza di ieri abbiamo chiesto le dimissioni di Berlusconi per la sua incapacità di risolvere i problemi del paese e per impedire che la sua azione, in costante conflitto di interessi, possa servire solo a risolvere i suoi problemi personali con le solite leggi ad personam a cui ci opporremo sempre.
LINK DI RIFERIMENTO: http://italiadeivalori.antoniodipietro.com/articoli/politica/no_bday_contano_solo_i_fatti.php
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IDV - CIVITAVECCHIA
giovedì 3 dicembre 2009
CORSO AUTODIFESA DONNE
La violenza sessuale sulle donne è una grave piaga sociale a cui è difficile porre rimedio; quasi ogni giorni i notiziari nazionali affrontano l'argomento "violenza": ragazza minorenne violentata dal branco; anziana donna molestata, ecc ecc.
Sensibile a tale problema Sara Fresi (IDV) si è rivolta alla Società Sportiva Meiji Kan per organizzare Corsi di Difesa Personale, per Donne e Ragazze, aventi inizio dal 14 dicembre.
I corsi saranno tenuti dal Maestro Stefano Pucci, diplomato CONI ed ex Tecnico (per 11 anni) della Polizia Penitenziaria e dall’atleta azzurra Virginia Pucci, Allenatrice Federale e vice campionessa del Mondo di Karate.
Il corso è rivolto a ragazze e donne aventi età compresa tra i 14 ed i 60 anni, per un massimo di 30 partecipanti (verranno formati due gruppi da 15 persone ciascuno).
I corsi hanno per finalità insegnare alle partecipanti importanti nozioni, con applicazioni pratiche, utili alla difesa personale in caso di aggressione da parte di malintenzionati non in possesso di armi da fuoco. Nel 90% dei casi le donne che hanno frequentato i corsi hanno poi acquisito una maestria tecnica ed una sicurezza caratteriale che sono poi risultate fattori importanti non solo in caso di aggressione, ma anche nei rapporti interpersonali quotidiani.
Sara Fresi - Responsabile Cittadina Donne IDV Civitavecchia
Sensibile a tale problema Sara Fresi (IDV) si è rivolta alla Società Sportiva Meiji Kan per organizzare Corsi di Difesa Personale, per Donne e Ragazze, aventi inizio dal 14 dicembre.
I corsi saranno tenuti dal Maestro Stefano Pucci, diplomato CONI ed ex Tecnico (per 11 anni) della Polizia Penitenziaria e dall’atleta azzurra Virginia Pucci, Allenatrice Federale e vice campionessa del Mondo di Karate.
Il corso è rivolto a ragazze e donne aventi età compresa tra i 14 ed i 60 anni, per un massimo di 30 partecipanti (verranno formati due gruppi da 15 persone ciascuno).
I corsi hanno per finalità insegnare alle partecipanti importanti nozioni, con applicazioni pratiche, utili alla difesa personale in caso di aggressione da parte di malintenzionati non in possesso di armi da fuoco. Nel 90% dei casi le donne che hanno frequentato i corsi hanno poi acquisito una maestria tecnica ed una sicurezza caratteriale che sono poi risultate fattori importanti non solo in caso di aggressione, ma anche nei rapporti interpersonali quotidiani.
Sara Fresi - Responsabile Cittadina Donne IDV Civitavecchia
martedì 1 dicembre 2009
CONTRO LA VIOLENZA PER UNA RIFLESSIONE
Roma - Il giorno 28 Dicembre, dalle ore 9.00 alle ore 14.00, all’Hotel Palatino si è svolto il convegno “Violenza e Abuso tra Giustizia e Prevenzione”, organizzato e fortemente voluto dal Coordinamento Regionale Donne Italia dei Valori. Tale evento ha visto la numerosa presenza di donne e, soprattutto, di uomini che hanno mostrato una forte sensibilità al problema.
Il convegno è stato aperto da Paola Ottavini, Referente Organizzativo IDV Lazio, successivamente ha preso la parola l’Avv. Angela Leonardi Coordinatrice Regionale Donne IDV che ha sottolineato l’impegno di tutte le responsabili cittadine della regione che hanno contribuito a redigere un volume che è stato distribuito ai presenti e una mozione consegnata al Sen. Stefano Pedica (IDV) riguardo la violenza sulle donne. Il Sen. Pedica e l’On. Claudio Bucci hanno giudicato positivo l’affermarsi della presenza femminile nel partito; successivamente è intervenuto Alfonso Sabella, Giudice del Tribunale Penale di Roma, che ha commentato le attuali e carenti leggi che tutelano le donne in caso di violenza, molestia o stalking. L’Avv. Laura Guercio, Avvocato Penalista e Presidente dell’Associazione LAW ha stregato il pubblico con un intervento magistrale analizzando alcune leggi del Codice Penale. Federico Bianchi Psicoterapeuta Esperto di Età Evolutiva ha reso partecipi i presenti delle sue esperienze fatte per riportare alla normalità i bambini vittime di violenza; la signora Roberta Lerici Responsabile del Dipartimento Infanzia IDV Lazio ha analizzato alcuni articoli di giornale riguardanti violenze e molestie su minori all’interno delle scuole, evidenziando i fatti di Rignano Flaminio. Cristina Michelini, Coordinatrice Regionale dei Gruppi di Lavoro IDV, ha esaminato in modo dettagliato il fenomeno del mobbing sul posto di lavoro; la signora Marisa Ayroldi (IDV) ha citato gli aspetti psicologici della violenza domestica perpetrata sulle donne; Sara Fresi, Rappresentante Donne IDV di Civitavecchia, ha illustrato le statistiche inerenti la violenza sulle donne e le cause che hanno condizionato psicologicamente moltissime donne ad una inferiorità fisica che spesso le rendono incapaci di reagire alle aggressioni.
Le conclusioni sono state effettuate da Paola Calorenne, Coordinatrice Nazionale Giovani IDV, che ha anticipato iniziative, politiche e sociali, che coinvolgeranno la componente femminile del Coordinamento Regionale IDV.
Le donne dell’Italia dei Valori ritengono di fondamentale importanza che si crei una larga intesa con le donne degli altri partiti, poiché su questi temi non vi può essere divisione.
Sara Fresi – Responsabile Cittadina Donne IDV
Il convegno è stato aperto da Paola Ottavini, Referente Organizzativo IDV Lazio, successivamente ha preso la parola l’Avv. Angela Leonardi Coordinatrice Regionale Donne IDV che ha sottolineato l’impegno di tutte le responsabili cittadine della regione che hanno contribuito a redigere un volume che è stato distribuito ai presenti e una mozione consegnata al Sen. Stefano Pedica (IDV) riguardo la violenza sulle donne. Il Sen. Pedica e l’On. Claudio Bucci hanno giudicato positivo l’affermarsi della presenza femminile nel partito; successivamente è intervenuto Alfonso Sabella, Giudice del Tribunale Penale di Roma, che ha commentato le attuali e carenti leggi che tutelano le donne in caso di violenza, molestia o stalking. L’Avv. Laura Guercio, Avvocato Penalista e Presidente dell’Associazione LAW ha stregato il pubblico con un intervento magistrale analizzando alcune leggi del Codice Penale. Federico Bianchi Psicoterapeuta Esperto di Età Evolutiva ha reso partecipi i presenti delle sue esperienze fatte per riportare alla normalità i bambini vittime di violenza; la signora Roberta Lerici Responsabile del Dipartimento Infanzia IDV Lazio ha analizzato alcuni articoli di giornale riguardanti violenze e molestie su minori all’interno delle scuole, evidenziando i fatti di Rignano Flaminio. Cristina Michelini, Coordinatrice Regionale dei Gruppi di Lavoro IDV, ha esaminato in modo dettagliato il fenomeno del mobbing sul posto di lavoro; la signora Marisa Ayroldi (IDV) ha citato gli aspetti psicologici della violenza domestica perpetrata sulle donne; Sara Fresi, Rappresentante Donne IDV di Civitavecchia, ha illustrato le statistiche inerenti la violenza sulle donne e le cause che hanno condizionato psicologicamente moltissime donne ad una inferiorità fisica che spesso le rendono incapaci di reagire alle aggressioni.
Le conclusioni sono state effettuate da Paola Calorenne, Coordinatrice Nazionale Giovani IDV, che ha anticipato iniziative, politiche e sociali, che coinvolgeranno la componente femminile del Coordinamento Regionale IDV.
Le donne dell’Italia dei Valori ritengono di fondamentale importanza che si crei una larga intesa con le donne degli altri partiti, poiché su questi temi non vi può essere divisione.
Sara Fresi – Responsabile Cittadina Donne IDV
UN PUNTO DELL'ECONOMIA: 6.LA POVERTA' IN ITALIA.
AUTORE: Sandro Trento.
Si contano in Italia, nel 2008, oltre 8 milioni di poveri, il 13% della popolazione, con una spesa mensile inferiore a 999 Euro pro capite. Questo fenomeno è particolarmente diffuso nelle regioni meridionali: nel Mezzogiorno il 24% delle famiglie è al di sotto della soglia di povertà, cinque volte di più che nelle regioni settentrionali. Se consideriamo le famiglie con tre o più bambini minori, questa quota di famiglie povere nel sud supera il 40%. Il rischio di povertà in Italia cresce al diminuire dell’età, quindi si è molto più a rischio di essere poveri, se si è giovani rispetto agli anziani: si tratta di un fenomeno abbastanza nuovo, 30 anni fa la situazione era esattamente capovolta, era molto più probabile essere poveri, se si era anziani, rispetto ai giovani. Tra i minorenni in questo momento in Italia il 19% dei minorenni in Italia appartiene alla categoria dei poveri, mentre tra gli ultrasessantenni soltanto l’8, 5% appartiene ai poveri, per cui confermiamo che al diminuire dell’età aumenta la probabilità di essere poveri.
Questo fenomeno in particolare, ossia la povertà minorile, la povertà dei bambini, è un fenomeno che non ha eguali in nessun Paese d’Europa, l’Italia è una vera anomalia sotto questo profilo e questo spiega perché in Italia molte famiglie non possono permettersi di fare il secondo o il terzo figlio, perché così tante famiglie in Italia fanno soltanto un figlio o, addirittura, ci sono coppie che non fanno figli per niente. Perché? Perché avere un figlio in più può comportare il rischio di finire nella categoria dei poveri e, soprattutto, perché in Italia non ci sono strumenti di aiuto ai bambini, non ci sono strumenti di aiuto alle famiglie: gran parte del nostro sistema di welfare state è costituito a sostegno soprattutto delle persone più anziane. In generale, la povertà in Italia si associa a che cosa? A bassi livelli di istruzione, per cui quanto minore è il livello d’istruzione, tanto più è probabile che si sia poveri, a bassi profili professionali e al rischio di essere esclusi dal mercato del lavoro. Il 34% delle famiglie nelle quali il capofamiglia è disoccupato è povero. L’aspetto molto importante su cui concentrarsi è proprio la struttura del nostro sistema di produzione sociale, che è un sistema di produzione sociale che prevede una sorta di reddito minimo garantito per gli anziani: pensate alla cosiddetta pensione sociale, ma non prevede un reddito minimo garantito per i bambini o per i minori. Noi, di Italia dei Valori, pensiamo che questa sia una vera emergenza nazionale, non è tollerabile che un Paese membro dell’Unione Europea, che fa parte dei sette più grandi Paesi industrializzati, abbia una quota di povertà così estesa e così diffusa, per cui pensiamo che importante, che sia necessario ripensare il nostro sistema di protezione sociale, immaginando delle forme di sostegno al reddito mirate a ridurre queste aree di disagio sociale. Come si interviene per combattere la povertà? Bisogna intervenire innanzitutto sui grandi capitoli di spesa: uno dei grandi capitoli di spesa è rappresentato dalla spesa per l’affitto, per l’abitazione. Le spese di affitto rappresentano in media per le famiglie italiane il 26% della loro spesa mensile, per cui sarebbe importante e necessario introdurre forme di sussidio agli affitti, mirate alle famiglie più disagiate, forme di integrazione al reddito finalizzate a pagare gli affitti.
Un secondo grande capitolo di spesa è rappresentato dai generi alimentari, che sono il 20% della spesa mensile media delle famiglie italiane: anche in questo caso si tratterebbe di introdurre delle forme significative di sostegno al reddito, non i 40 Euro della social card introdotta da Berlusconi l’anno scorso, 40 Euro mensili di social card non sono niente per una famiglia che ha bisogno di acquistare alimenti. Si tratta di incidere sulla capacità di acquisto di beni alimentari.
In terzo luogo, si tratta di intervenire sulle tariffe dei servizi pubblici: penso, per esempio, al gas e all’elettricità. In molti Paesi d’Europa sono state istituite delle forme di cittadinanza sociale, per cui i poveri hanno comunque garantita una serie di servizi indispensabili per vivere, quali il gas, l’elettricità, la telefonia etc., magari con contratti particolari che riducono le opzioni, ma che assicurano la sopravvivenza alle famiglie più disagiate. Questi sono interventi che riteniamo necessari per intervenire su tre grandi capitoli di spesa ma, in generale, crediamo, come Italia dei Valori, che sia il momento di pensare a un vero e proprio reddito minimo garantito, a una forma di reddito che sostenga soprattutto le famiglie con bambini minori: è il momento di ragionamento del patto tra le generazioni e di sostenere le famiglie giovani che hanno bambini piccoli, bambini minori, con una forma di reddito minimo garantito. Questa è una delle questioni su cui noi, come riformisti italiani, pensiamo sia necessario interrogarsi immediatamente per sostenere le famiglie italiane.
Si contano in Italia, nel 2008, oltre 8 milioni di poveri, il 13% della popolazione, con una spesa mensile inferiore a 999 Euro pro capite. Questo fenomeno è particolarmente diffuso nelle regioni meridionali: nel Mezzogiorno il 24% delle famiglie è al di sotto della soglia di povertà, cinque volte di più che nelle regioni settentrionali. Se consideriamo le famiglie con tre o più bambini minori, questa quota di famiglie povere nel sud supera il 40%. Il rischio di povertà in Italia cresce al diminuire dell’età, quindi si è molto più a rischio di essere poveri, se si è giovani rispetto agli anziani: si tratta di un fenomeno abbastanza nuovo, 30 anni fa la situazione era esattamente capovolta, era molto più probabile essere poveri, se si era anziani, rispetto ai giovani. Tra i minorenni in questo momento in Italia il 19% dei minorenni in Italia appartiene alla categoria dei poveri, mentre tra gli ultrasessantenni soltanto l’8, 5% appartiene ai poveri, per cui confermiamo che al diminuire dell’età aumenta la probabilità di essere poveri.
Questo fenomeno in particolare, ossia la povertà minorile, la povertà dei bambini, è un fenomeno che non ha eguali in nessun Paese d’Europa, l’Italia è una vera anomalia sotto questo profilo e questo spiega perché in Italia molte famiglie non possono permettersi di fare il secondo o il terzo figlio, perché così tante famiglie in Italia fanno soltanto un figlio o, addirittura, ci sono coppie che non fanno figli per niente. Perché? Perché avere un figlio in più può comportare il rischio di finire nella categoria dei poveri e, soprattutto, perché in Italia non ci sono strumenti di aiuto ai bambini, non ci sono strumenti di aiuto alle famiglie: gran parte del nostro sistema di welfare state è costituito a sostegno soprattutto delle persone più anziane. In generale, la povertà in Italia si associa a che cosa? A bassi livelli di istruzione, per cui quanto minore è il livello d’istruzione, tanto più è probabile che si sia poveri, a bassi profili professionali e al rischio di essere esclusi dal mercato del lavoro. Il 34% delle famiglie nelle quali il capofamiglia è disoccupato è povero. L’aspetto molto importante su cui concentrarsi è proprio la struttura del nostro sistema di produzione sociale, che è un sistema di produzione sociale che prevede una sorta di reddito minimo garantito per gli anziani: pensate alla cosiddetta pensione sociale, ma non prevede un reddito minimo garantito per i bambini o per i minori. Noi, di Italia dei Valori, pensiamo che questa sia una vera emergenza nazionale, non è tollerabile che un Paese membro dell’Unione Europea, che fa parte dei sette più grandi Paesi industrializzati, abbia una quota di povertà così estesa e così diffusa, per cui pensiamo che importante, che sia necessario ripensare il nostro sistema di protezione sociale, immaginando delle forme di sostegno al reddito mirate a ridurre queste aree di disagio sociale. Come si interviene per combattere la povertà? Bisogna intervenire innanzitutto sui grandi capitoli di spesa: uno dei grandi capitoli di spesa è rappresentato dalla spesa per l’affitto, per l’abitazione. Le spese di affitto rappresentano in media per le famiglie italiane il 26% della loro spesa mensile, per cui sarebbe importante e necessario introdurre forme di sussidio agli affitti, mirate alle famiglie più disagiate, forme di integrazione al reddito finalizzate a pagare gli affitti.
Un secondo grande capitolo di spesa è rappresentato dai generi alimentari, che sono il 20% della spesa mensile media delle famiglie italiane: anche in questo caso si tratterebbe di introdurre delle forme significative di sostegno al reddito, non i 40 Euro della social card introdotta da Berlusconi l’anno scorso, 40 Euro mensili di social card non sono niente per una famiglia che ha bisogno di acquistare alimenti. Si tratta di incidere sulla capacità di acquisto di beni alimentari.
In terzo luogo, si tratta di intervenire sulle tariffe dei servizi pubblici: penso, per esempio, al gas e all’elettricità. In molti Paesi d’Europa sono state istituite delle forme di cittadinanza sociale, per cui i poveri hanno comunque garantita una serie di servizi indispensabili per vivere, quali il gas, l’elettricità, la telefonia etc., magari con contratti particolari che riducono le opzioni, ma che assicurano la sopravvivenza alle famiglie più disagiate. Questi sono interventi che riteniamo necessari per intervenire su tre grandi capitoli di spesa ma, in generale, crediamo, come Italia dei Valori, che sia il momento di pensare a un vero e proprio reddito minimo garantito, a una forma di reddito che sostenga soprattutto le famiglie con bambini minori: è il momento di ragionamento del patto tra le generazioni e di sostenere le famiglie giovani che hanno bambini piccoli, bambini minori, con una forma di reddito minimo garantito. Questa è una delle questioni su cui noi, come riformisti italiani, pensiamo sia necessario interrogarsi immediatamente per sostenere le famiglie italiane.
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